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Il Borghese

L’austerity nel cassonetto

Se ci fate caso, in questi giorni di festa si sono sentite meno detonazioni di petardi rispetto al solito. E, nella mattinata di Santo Stefano, anche i cassonetti dell’immondizia – solitamente traboccanti di resti di confezioni regalo, scatoloni e via discorrendo – davano l’idea di un Natale diverso dal solito. Per quanto riguarda petardi, mortaretti, bombe carta e tutta la “santabarbara” dei festaioli più rumorosi, riteniamo che più che la prudenza e la saggezza – a giocare con gli esplosivi, si sa, si rischia di lasciarci qualche falange – abbia prevalso il desiderio di risparmiare. Solo un sospetto, certo. Ma molti di certo hanno risparmiato le munizioni per la notte di San Silvestro. Anche questo può essere uno degli aspetti della pesante crisi che affligge il nostro Paese.

Quanto all’analisi dei cassonetti, è facile accorgersi che l’immondizia è molto meno debordante che in passato, che ci sono meno resti di involucri di grandi dimensioni. Si sa che l’analisi dell’immondizia può raccontare di una società molto più delle stime e delle statistiche degli economisti e dei vari esperti. Certi cassonetti, magari in talune zone della città, possono rappresentare un autentico inno allo spreco, mentre altri ci possono far vedere di quanta tecnologia “ludica” ci circondiamo, oppure quanto questa diventi superata ai nostri oggi: resti di computer, telefonini ancora funzionanti ma troppo “vecchi”, televisori a tubo catodico, persino qualcuno a schermo piatto. Oggi come oggi, i cassonetti dell’immondizia raccontano storie particolari: un tempo erano solo clochard e magari qualche zingaro a frugare tra i rifiuti in cerca di qualcosa di recuperabile; ora non è difficile scorgervi massaie, pensionati, persone che definiremmo «normali», se il termine avesse ancora un senso, se rappresentasse ancora un discrimine.

È stato un Natale di crisi, questo. Sono calati, e di tanto, i numeri dello shopping. Resistono i beni di lusso – perché chi se li può permettere ovviamente non risente della crisi, quindi non cambia il suo tenore di vita – e resiste la gastronomia, perché al pranzo di Natale non si può rinunciare. Soprattutto se questo è una maniera di riunire le famiglie, di ritrovare quell’unità che aiuta a resistere in tempi bui. Un ritorno davanti al focolare, come in epoche passate che una certa illusione di benessere e di consumismo aveva fatto dimenticare. Ci piacerebbe dire che si è provato a riscoprire un Natale più autentico, limitando il superfluo, ma la triste realtà è che in queste festività c’è chi ha limitato persino lo stretto necessario. Ma c’è ancora chi finge di non accorgersene.

andrea.monticone@cronacaqui.it

 

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