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Il Borghese

Non ci sono formulette magiche

Il 9 ottobre, era una domenica come tante, con il campionato di calcio, le auto in coda nel rientro in città, la fiction in tivu. Poi alle 21.30, il disastro. Una Bravo sfonda la barriera del casello autostradale di Trofarello, alle porte di Torino, tallonata da vicino da un Tir carico di bottiglie di spumante rubate. Ma la manovra non riesce, tra l’auto e il camion si infila il pullman del Toro e una Bmw con tre ragazzi a bordo. È la fine. Il Tir, lanciato ad almeno 80 chilometri all’ora schiaccia l’auto sotto il pullman e stritola la vettura. Due giovani muoiono sul colpo, uno riporta ferite gravi. Nella confusione, tra le urla e le invocazioni di aiuto, i due uomini alla guida del camion rubato fuggono a piedi, infilano i campi, fanno perdere le tracce. Ieri li hanno arrestati. Hanno 39 e 26 anni, non hanno un lavoro, vivono di espedienti spesso oltre i margini della legalità.

 Eppure vivono in una casa popolare, segno che conoscono bene i meccanismi dei bandi comunali, del settore emergenza abitativa e delle relative assegnazioni. Apparentemente integrati, due giovani come tanti. Eppure hanno concertato un’azione criminale, prima il furto, poi la strategia dell’auto civetta che abbatte la barriera, il Tir lanciato come una bomba verso la strettoia del casello, la fuga con altri complici evidentemente pronti a soccorrerli. Mentre due esseri umani, più o meno della loro età, morivano per nulla, stritolati tra le lamiere.

Puri fatti di cronaca. Senza pregiudizi, né connotazioni. Che i due alla guida del Tir assassino fossero zingari a questo punto è solo accidentale. Ma vengono alla mente le ricette, spesso raffazzonate o dettate da immagini di degrado che suscitano l’indignazione, a proposito dell’integrazione dei nomadi all’interno della nostra società. Servono case, comandamenti di vita che impongano la scuola per i bambini stracciando le regole non scritte dello sfruttamento, azioni di supporto, oltre alla precisa volontà di superare la condizione nomade.

Lo dicono i sociologi, lo dice un ministro in visita alle bidonville che nessuno – parliamo del passato e del presente – è riuscito a risanare. Ma allora cosa non ha funzionato per questi due ladri che in un attimo sono diventati assassini, se l’integrazione – almeno all’apparenza – l’avevano abbracciata tanto da arrivare ad acquistare persino l’alloggio di cui uno dei due era affittuario? Senza farci fuorviare dalle mele marce, è evidente come l’integrazione non possa essere imposta come un antibiotico per vincere l’oscenità dei campi abusivi, ma debba tenere conto di un degrado più ampio: le barriere abbandonate, la criminalità che dilaga, la paura degli abitanti spesso costretti ad una sorta di coprifuoco.

Ancora fatti, senza pregiudizi. La casa popolare che qualcuno vede come una medicina, se poi non è legata ad una integrazione vera, vigilata ed efficace, per superare l’emergenza dei campi abusivi, diventa l’ultima frontiera del degrado morale e materiale. E la vigilanza, efficace e attenta, in questo caso non c’è stata. Segno che è carente il sistema. L’esperienza portata avanti da una comunità sorta a Settimo, altra periferia di Torino, dimostra che l’integrazione è possibile, quando c’è la volontà di raggiungerla. Esattamente come il mortale assalto al casello, dimostra il contrario. E che per affrontare certe emergenze di formulette magiche non ce ne sono.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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