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Il Borghese

Messaggi in bottiglia

Gli alberi di Natale sono divenuti un simbolo particolare di questi festeggiamenti in tempi di crisi e recessione. Non semplici decorazioni, non tradizione, neppure divertimento per i bambini che, la mattina di Natale, sotto i rami degli abeti – siano essi veri o di plastica – cercano i regali tanto desiderati. Gli alberi di Natale, di questi tempi, sono divenuti bacheche per urlare un disagio, per esprimere un sentimento, per chiedere un aiuto, un intervento a tutela del lavoro o della dignità delle persone. Prendiamo, per esempio, l’albero di Natale che campeggia nell’atrio della stazione Porta Nuova, cui hanno appeso letterine non soltanto i bambini, ma anche molti adulti, compresi i pendolari che ogni giorno si sobbarcano il viaggio tra Torino e Milano – nei due sensi – e i lavoratori che, nei giorni scorsi, erano arrivati anche a bloccare i binari. “Letterine” che non esprimono desideri, ma disagio e protesta, campeggiano anche davanti agli ospedali: contro le liste d’attesa ne ha appesa una l’associazione “Adelina Graziani” che tutela le vittime della malasanità, per esempio. C’è chi chiede un nuovo governo, chi un lavoro, chi vorrebbe semplicemente la pace nel mondo. L’altra sera uno di questi alberi ha preso fuoco: messaggi e speranze sono bruciati per l’esibizionismo di una persona che ha appiccato le fiamme. A volerla vedere in una certa maniera, una cruda metafora di quel che accade alle speranze di molti di noi.

Ma nella nostra società in difficoltà non ci sono soltanto gli alberi di Natale: una “vetrina del disagio” è costantemente di fronte a noi, con il moltiplicarsi di biglietti e volantini affissi ai muri, ai lampioni, agli alberi nei parchi. Sono le offerte di lavoro: imbianchini economici, badanti, artigiani a prezzi modici e via discorrendo. Non solo lettere di Natale o “annunci economici”: questi biglietti, queste parole sono autentici messaggi in bottiglia, affidati a invisibili onde per chiedere aiuto, per ritrovare una sponda sicura cui approdare in questo strano naufragio che il nostro Paese sta cercando di evitare. Poi ci sono i folli, i mitomani, gli esasperati che mandano lettere di minaccia, magari con all’interno polvere bianca ben sapendo di scatenare il panico. E nel mirino finiscono Equitalia, il Fisco… E tra costoro si annidano quelli che nelle lettere aggiungono l’esplosivo, quelli che vogliono ferire e mutilare. Quelli che, al di là dei proclami, della disperazione della povera gente in linea di massima se ne fregano, ma la usano come alibi per seminare il terrore.

Sono tutti segnali di una situazione che si fa sempre più difficile da controllare: da un lato la disperazione di chi non vede vie d’uscita, di chi vede il futuro sempre più oscuro; dall’altro, le trame di chi nel caos e nell’instabilità prospera, di chi vuole cavalcare la rabbia della gente comune per scopi propri. E tutti questi sono segnali inquietanti, nei confronti dei quali occorre vigilare. Perché un Paese disperato è a un passo dal diventare una polveriera. Soprattutto se finisce per credere a messaggi falsi o fuorvianti.


andrea.monticone@cronacaqui.it

 

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