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Il Borghese

Il malessere di un quartiere isolato

Liquidare l’assalto al campo dei rom, il lancio delle molotov e l’incendio che ha devastato le baracche costruite nell’estremo lembo di uno dei quartieri più problematici di Torino, semplicemente come una notte di follia, sarebbe riduttivo. Come immaginare la presunta violenza sessuale di una sedicenne (poi ritrattata) come la sola causa scatenante delle violenze, sarebbe come negare una realtà che quaggiù, lontano dal centro aulico di una città che sta cambiando la sua radice operaia, è scandita giorno dopo giorno da un degrado che è visibile a tutti. Un degrado che è nelle cose, più che nelle violenze, nei furti e nelle razzie di case, negozi e laboratori. Quella notte, alle Vallette, si è passato il segno.

L’impalpabile confine tra la convivenza difficile e la rabbia incontrollabile che ha spinto la gente per strada e poi ha favorito la spedizione punitiva. Chi c’era non potrebbe negare che la voglia di farsi giustizia da soli, di punire i presunti responsabili di un crimine odioso, era accompagnata da un risentimento più grande: quello di chi è costretto a vivere in un luogo che non ha regole, dove vige la legge del più forte, o quantomeno del più arrogante. Così che quel campo dei rom è diventato un simbolo dell’abbandono del quartiere, dell’isolamento che si vuole figlio di una politica troppo permissiva. Uno striscione portato in alto dalle stesse famiglie che sfilavano nella strada centrale del quartiere che pure porta un nome gentile, Viale dei Mughetti, la dice lunga: «No al razzismo, sì alla giustizia di quartiere». Come se le Vallette fossero una città nella città, o peggio un sottoprodotto di questa Torino che comunque ha dimostrato negli anni di recepire, forse più di altre, il problema dell’integrazione sociale. E, a ben guardare, è proprio in questi cartelli e nei volantini distribuiti tra la gente prima ancora che i giornali pubblicassero la notizia della presunta violenza sessuale, che si legge il disagio profondo di chi abita qui. «Dov’è finito – si legge – il nostro diritto ad essere protetti e vivere in condizioni di sicurezza?». E ancora. «Perchè le violenze di cui siamo oggetto non fanno notizia?». Parole pesanti che tirano in ballo responsabilità politiche e anche di ordine di pubblico relativamente al problema mai risolto dei campi rom. Come se questo fosse una questione locale, di quartiere o di zona e non un’emergenza che investe l’intera comunità.

Capita a Torino, ma anche a Milano e ne sanno qualcosa gli abitanti delle periferie e del Triboniano in particolare. Una questione apparentemente irrisolvibile se si escludono azioni di forza come gli sgomberi che poi, alla fine, non suscitano altro che trasferimenti forzosi delle baracche. Nelle nostre città dove ci sono liste di attesa di anni per una casa popolare, anziani che stentano la vita con assegni da fame, come spiegare che il degrado potrebbe essere risolto con villaggi residenziali che già abbiamo dedicato ai profughi? O come il furto, comprese le razzie di rame, non sono altro che una reazione della povertà o dell’emarginazione? Gli interrogativi restano sospesi nell’aria ma diventano pesantissimi quando un intero quartiere scende a protestare chiedendo di essere visibile alla città. E non un fantasma che si anima soltanto quando una partita di calcio accende i riflettori della società. Il rischio, come ci insegnano le cronache, è quello di archiviare la questione con un paio di arresti e l’incriminazione infamante dell’odio razziale. Senza badare al malessere generale che fa di questo quartiere un quartiere a rischio.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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