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Cronaca

“Trent’anni a Stasi: la prova nelle suole pulite”

 Trent’anni e l’aggravante della crudeltà. Il movente non c’è, non è chiaro, quattro anni dopo il massacro ancora non è stato trovato. Ma, per l’accusa non esistono altri colpevoli al di fuori di Alberto Stasi, uni­co imputato nel processo per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, uccisa a 26 anni in un bagno di sangue. Era il 13 agosto 2007. Era la villetta in via Pascoli. Era quel paese anonimo, Galrasco, che ora conoscono tutti.
Per il sostituto procuratore ge­nerale Laura Barbaini, così come per la parte civile rap­presentata dall’avvocato Gia­nluigi Tizzoni, è stato lui, Al­berto, che allora aveva 24 an­ni, gli occhi di ghiaccio in una faccia da ragazzino, a colpire senza pietà. Entrambi lo han­no ribadito ieri davanti ai giu­dici della Corte d’Assise d’ap­pello. Nove ore di udienza per ribaltare il verdetto di primo grado, che ha assolto Stasi con formula dubitativa ( quella che il vecchio codice penale chiamava ” insufficienza di prove”). E per chiedere la ria­pertura del dibattimento con nuovi esami sulle macchie di sangue trovate sulla scala del­la cantina, qualche gradino prima il povero corpo di Chia­ra, oltre che sul capello bion­do scoperto nelle mani della vittima, su un martello e sulla bicicletta nera, mai sequestra­ta dagli investigatori.
LE MACCHIE DI SANGUE
Per il sostituto procuratore ge­nerale Barbaini la prova della colpevolezza di Stasi sta nelle suole delle scarpe che indos­sava quando, la mattina dell’ omicidio, si presentò alla ca­serma dei carabinieri per dare l’allarme. Suole immacolate, non una traccia di sangue, no­nostante, secondo il suo rac­conto, fosse entrato nella vil­letta e avesse scoperto il cada­vere della fidanzata in canti­na, dopo aver oltrepassato un mare di sangue.

 

 

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