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Il Borghese

I malanni della società che cambia

In Italia ogni anno vengono diagnosticati 4.500 nuovi casi di tubercolosi, oltre 400 in Piemonte, altrettanti – forse più – in Lombardia. E parliamo solo dei dati che si desumono dalla sanità ufficiale, perché ci sono anche i casi che si consumano al di fuori della tutela ospedaliera. Almeno 1.500 infezioni conclamate, curate male, trascurate fino all’estremo. Cioè alla morte. Perché di tubercolosi si è ripreso a morire, anche oggi, con una recrudescenza sconosciuta fino a vent’anni fa. Torna così la malattia che è sintomo di povertà, di freddo, di fame, di sporcizia e di abbandono. Caratteristiche sempre più diffuse in una società che sta attraversando l’inverno della crisi ma che è anche esposta ad un’immigrazione incontrollata che poi va ad alimentare le nuove sacche della disperazione. Ce l’eravamo dimenticata la Tbc, la tosse sottile e fastidiosa che mozza il respiro, pervade il corpo di febbre e poi si mostra con un fiotto di sangue, quando la stessa vita comincia ad essere insidiata. L’avevamo riposta tra i mali del novecento, la tubercolosi, i mali che il benessere pareva aver debellato.

 E come la Tbc, anche la scabbia, la poliomielite, addirittura la lebbra. Mali che arrivano da lontano, dall’Africa ma anche dalle frontiere aperte dell’Europa dell’est. Con un corollario altrettanto terribile di malattie veneree che si alimentano di ignoranza e di tragiche regole imposte dagli schiavisti della prostituzione. Ci troviamo così di fronte a scenari improbabili solo qualche anno fa. E i casi di Torino e prima di Roma aprono interrogativi scomodi sui paradossi del mondo globalizzato in cui viviamo e dove la ricerca appare sempre più vicina a sconfiggere i nemici del secolo che si chiamano tumore, malattie cardiovascolari, ictus e patologie genetiche. E invece spuntano di nuovo i fantasmi del passato che credevamo di aver archiviato per sempre, scordandoci che altrove, in mondi una volta lontanissimi, ma tutto sommato vicini a noi, si continua a morire come nei lazzaretti dimenticati di manzoniana memoria. Non si può parlare di emergenza anche se 4.500 casi l’anno non sono poi così pochi, ma piuttosto di una lezione impartita dalla nostra società che si evolve, che sa accogliere ma anche nascondere, prima di tutto a se stessa, il nuovo volto della popolazione. Stupisce certo che possa avvenire il contagio in un ospedale, addirittura tra gli studenti di medicina; e fa riflettere il fatto che l’allarme arrivi tardivo, in palleggiamenti assurdi tra medici e autorità. Ma forse questo è proprio il segno della nostra impreparazione a cogliere i mutamenti che stiamo vivendo.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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