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Il Borghese

Il sindacato inciampa sul tubo

C’è un segnale importante che viene dalla fabbrica, soprattutto in questi tempi di crisi. Un segnale dal basso, dai lavoratori, che in qualche modo sconfessa il pugno duro del sindacato, la tecnica del muro contro muro, l’arroganza della negazione di qualunque trattativa con l’impresa. Per dirla tutta, gli operai vogliono lavorare. E magari fare gli straordinari per arrotondare la busta paga. Come negli anni ’60 quando la “600” era quasi uno status symbol, e le ferie d’agosto un dovere sociale. È con gli straordinari che molti si sono costruiti una casetta, hanno pagato il mutuo e fatto studiare i figli. Poi c’è stato il boom economico, gli anni della contrattazione, il terrorismo, la marcia dei quarantamila, la voglia di riappropriarsi del lavoro.

 E ancora la rivendicazione sindacale complessiva, la carta dei diritti, da sovrapporre magari a quella dei doveri. Un intreccio di piattaforme, di rivendicazioni e di politica. Non a caso molti capi del sindacato hanno finito poi per sedersi sui banchi della Camera e del Senato grazie ad una base disponibile a sostenerli. E a tratti anche troppo prona. Un intreccio di lacci e lacciuoli che tuttavia non ha spento l’anima operaia e che oggi conduce ad una riflessione antica: in fabbrica si va per lavorare, chi lavora di più guadagna anche di più… Elementare. Tanto da mostrarci anche esempi concreti dello scollamento tra la base e il sindacato, tra chi usa ancora le chiavi inglesi e i martelli e chi fuma e ragiona di politica industriale nelle stanzette delle Rsu.

Così capita che alla Tenaris-Dalmine, nel cuore di quella terra bergamasca dove la fatica non ha mai spaventato nessuno, l’azienda chieda una giornata festiva di straordinario per tenere fede alla consegna di una commessa importante. E metta sul tavolo un compenso extra al montepremi già assicurato dal festivo. Una giornata di lavoro uguale 200 euro in busta, mica noci. Ma accade anche che il sindacato si opponga, discuta, tentenni. E finisca, in un’azienda che è leader mondiale nella produzione di tubi in acciaio, per contare meno del prodotto finito. Cioè un tubo, neppure tra i più pregiati. Morale della favola: sindacato contrario e operai al lavoro. Un’inversione di tendenza rispetto alla logica con la quale i lavoratori obbedivano passivamente al sindacato, costasse pure una cifra. Sarà la crisi, sarà un ritrovato orgoglio di categoria. Sarà magari anche solo il bisogno di arrotondare lo stipendio. Ma, vivaddio, c’è voglia di lavorare. E ci pare una bella notizia.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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