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Il Borghese

Evviva, abbiamo salvato i girini

C’era una volta un girino, c’era la sua mamma, madama Rana, il papà e i fratellini. Erano felici, ma la loro casetta sul fiume rischiava di essere demolita da chi voleva bonificare le sponde, togliere i tronchi d’albero, pulire gli argini. Per fortuna c’era un uomo buono, attento ai piccoli abitanti delle acque che allargò le braccia e gridando «fermi tutti» bloccò i lavori. Morale della favola: i girini sono salvi, ma il fiume non è stato messo in sicurezza. E il problema vero è che quella dei girini non è affatto una favoletta, ma la realtà denunciata da un sindaco del torinese il quale lamenta la mancanza di lavori per la messa in sicurezza delle acque, proprio a causa di un progetto provinciale sulla salvaguardia dell’habitat delle rane che ha bloccato l’iter dei lavori. Un’anomalia, forse anche la più stravagante, tra le tante che si riscontrano quando la burocrazia va a braccetto con la politica creativa e si perde di vista il problema più importante.

Eppure il Piemonte, come tante altre regioni italiane, ha pagato prezzi altissimi alla furia della natura. E’ andato a bagno nel 1994, nel 2000 e poi anche dopo ha dovuto dichiarare la calamità naturale, senza peraltro trovare fondi e risorse sufficienti alla bisogna. Così oggi di fronte alla minaccia di piogge torrenziali, con i meteorologi che ne dicono di tutti i colori sul weekend che ci aspetta prospettando un diluvio capace di mandarci a bagno, si torna a tremare. Proprio come nel 1994 e nel 2000. Proprio adesso che un’altra parte di questa nostra magnifica Italia sta pagando un prezzo altissimo, con la Liguria che piange le Cinque Terre ridotte ad un deserto di fango, pregando per i morti e per i dispersi che le pale dei volontari non hanno ancora trovato, e con la Toscana che non sta certo meglio. Siamo a rischio, e lo sappiamo tutti. Ma ciò che sorprende ogni volta è l’incapacità di fare tesoro delle esperienze grame del passato, senza metabolizzare che ad ogni euro speso nella prevenzione ne corrispondono almeno 15 nella ricostruzione. Girini e rane a parte, basta guardare l’alveo di un fiume o di un torrente per capire – anche senza essere dei tecnici – che detriti, sabbie e pietre affioranti, sponde aggredite da rovi e cespugli potrebbero concorrere a bloccare i ponti, a creare dighe artificiali e di conseguenza a favorire le esondazioni. Va detto che, a differenza del 1994, quando la Protezione civile era ancora in gestazione, oggi abbiamo una macchina dei soccorsi poderosa e operativa. Ma basta questo per continuare a raccontare favolette?

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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