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Il Borghese

La paura che unisce

C’è una riflessione da fare molto importante sulle nostre città. E riguarda, manco a dirlo, la sicurezza. Ci sono zone, a Torino come a Milano, che per la loro stessa natura sono soggette a maggiori controlli, vedono una presenza più o meno costante di agenti e militari. Magari capita vicino alle stazioni, o nei luoghi più aulici o ancora nelle zone considerate, per via della ribalta della cronaca, «critiche».

Nella realtà la definizione di “zone critiche” andrebbe superata. Anche perché la cosiddetta criticità non può più essere analizzata sulla base di una sorta di “mappa”, come a dire: in centro ci sono i problemi di movida, in periferia ci sono i tossici, di qua ci sono troppe rapine, di là invece si vive tranquilli e blindati dentro. Anche perché in passato questa mappa teneva conto di criteri geografici veri e propri, alle volte seguendo gli insediamenti di edilizia popolari, oppure quelli meno eterogenei, nel senso che non si verificava quello che ora si chiama mix sociale. I poveri finivano assieme ad altri poveri e tanti saluti: questa era una vecchia concezione urbanistica che ha faticato a morire.

D’altra parte oggi, lo vediamo chiaramente, i confini non esistono più, se non in quelle zone sicuramente di prestigio, per quanto anche queste non siano immuni da problemi delinquenziali o di senso diffuso di insicurezza. Case popolari e abitazioni di pregio convivono ormai a distanza di pochi metri, neppure un isolato: dunque, se di mix sociale si può parlare, ci accorgiamo che è stato tentato almeno dal punto di vista architettonico.

Sappiamo che nelle questure si lavora in maniera diversa, rispetto a un tempo. Non si possono più creare zone blindate, oppure presidi di tipo militare per far fronte alle emergenze localizzate: certi problemi di insicurezza tendono a migrare, a spostarsi, a seguire il filo di certi insediamenti commerciali. Dunque gli uomini vanno spostati come in una sorta di Risiko, disponendo operazioni mirate a superare una fase contigente. Interventi in “tempo reale” si potrebbe dire.

Ma questo è sufficiente a cancellare il senso di insicurezza in tutti noi, cittadini e persino istituzioni? Perché viviamo in un paradosso costante: le statistiche ci dicono che i reati sono in diminuzione, che le risposte delle forze dell’ordine sono pronte e puntuali e spesso efficaci; eppure, nelle nostre città, si vive in continua agitazione, prigionieri dei timori e di una certa diffidenza che diventa paura vera e propria. E quanto di questa paura viene dai timori per la propria incolumità? O è l’incertezza per il futuro che rende sempre meno rassicurante anche il presente? Perché il presente, essendo il tempo che si vive, dovrebbe rappresentare la stabilità, la certezza, il noto opposto all’ignoto. Come se il futuro sempre più tremolante o inquietante davanti ai nostri occhi avesse avvelenato anche i giorni che viviamo, il tempo presente. A ogni livello delle nostre città, come se la paura fosse il vero “mix sociale” che mai certa politica e certa società è stata in grado di creare.

andrea.monticone@cronacaqui.it

 

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