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Cronaca

Joy è stata uccisa, l’amica è scomparsa: il giallo di due squillo tra Torino e Novara

Voleva tornare a casa, in quella Nigeria che aveva lasciato con il sogno di fare la parrucchiera in Italia. Forse per questo, per la sua volontà di non essere più schiava, l’hanno uccisa. Perchè Joy Dirisu, la nigeriana di 21 anni trovata cadavere nel torrente Agogna, in provincia di Novara, non è morta in un incidente. Nè si è suicidata. La ragazza – ritengono gli investigatori – è stata uccisa. Ammazzata da qualcuno che potrebbe aver fatto sparire anche Eveline, un’altra squillo nigeriana che lavorava nella stessa zona e che, come lei, viveva a Torino. Di Eveline si sono perse le tracce due settimane fa, negli stessi giorni in cui si ipotizza sia morta Joy.

Il cadavere è stato rinvenuto lunedì scorso. Era rimasto in acqua per parecchio tempo, ed era quasi irriconoscibile. Anche per questo il medico legale che ha eseguito l’autopsia ha chiesto di poter effettuare ulteriori accertamenti. Ma alcune tumefazioni sono già state evidenziate. E un segno, in particolare, porta gli investigatori ad ipotizzare che si sia trattato di un delitto. Una ferita abbastanza profonda sotto il mento, che non è ancora chiaro se sia stata procurata prima o dopo la morte. 

Del caso si occupa la squadra mobile di Novara, coordinata dalla dirigente Silvia Passoni, ma una parte delle indagini viene svolta a Torino, dove Joy e Eveline risiedevano.

Per quanto riguarda il movente, le ipotesi sono due. Una porta ad un cliente, forse un maniaco. L’altra alle organizzazioni criminali che gestiscono la tratta. Uomini e donne senza scrupoli, che lavano gli sgarri con il sangue.

Lo “sgarro” di Joy potrebbe essere stata la sua volontà di affrancarsi e tornare in patria. Un desiderio che aveva espresso con le volontarie dell’associazione Liberazione e Speranza di Novara. Loro l’avevano trovata in strada e, rotto il muro di diffidenza, avevano raccolto la sua storia. Joy aveva parlato del suo villaggio, Auchi, dei suoi sogni, della promessa che le avevano fatto. «Potrai diventare parrucchiera», le avevano detto prima di farle attraversare il Sahara. Ma poi, arrivata in Libia, l’avevano costretta a vendersi per ripagare una parte del debito. Il resto, l’avrebbe restituito in Italia, dove avevano già programmato tutto. Viaggio su un barcone, permesso di soggiorno a Crotone, una casa a Torino, un biglietto del treno e una strada a Novara. Lì, le volontarie l’hanno convinta a visitare l’associazione e le hanno spiegato cosa poteva fare per liberarsi dai suoi aguzzini. «Va bene – ha detto lei – ci rivediamo alla fine dell’estate». Era un appuntamento con la libertà. Ma non è mai arrivata.

tamagnone@cronacaqui.it 

 

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