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Il Borghese

Se manca la “pistola fumante”

Amanda è libera. Amanda sorride e porge il passaporto all’impiegata, prima di imbarcarsi sull’aereo che la riporterà negli Stati Uniti. Libera, dopo quattro anni di carcere. Lei non ha ucciso Meredith. Raffaele non è stato suo complice nell’uccisione di Meredith. Questo dice la sentenza. Allora un piccolo dubbio può insinuarsi nelle nostre menti: che ne sarà di Rudy Guede, l’unico che sta scontando una condanna definitiva per l’omicidio? D’altra parte, le vicende dei tre protagonisti di questo giallo consumato più sulle pagine dei giornali e negli “approfondimenti” delle trasmissioni televisive hanno seguito vie giudiziarie diverse e adesso certamente gli avvocati di Guede chiederanno la revisione del processo.

Non deve stupire la sentenza di Perugia. Non deve stupire una sentenza d’appello che, in dubbio pro reo, ribalta quello di primo grado. O forse c’è chi si stupisce di coloro che si stupiscono. Un cinico, oppure semplicemente un disincantato, potrebbe limitare tutto il clamore mediatico e sociologico ed emotivo a una semplice alternativa: in una situazione come come quella di Amanda e Raffale si rischia di scontare l’ergastolo da innocenti, oppure di godersi la vita da colpevoli. Il tutto perché manca la prova regina, manca la “pistola fumante”, l’elemento che può incastrare l’assassino senza ombra di dubbio.

Pare strano, vero, che in un’epoca così ricca di strumenti tecnologici, di indagini scientifiche e persino psicologiche non si possa arrivare alla soluzione di delitti consumati in un pugno di metri quadri? È accaduto con Meredith, al momento, in attesa della Cassazione. Per certi versi è accaduto con Cogne, perché fino a quando non è chiaro il movente, non si può dire che un mistero sia risolto, anche di fronte a una condanna definitiva.

Alla fin fine, in questo Paese, ci troviamo ad avere a che fare con un sistema giudiziario in cui manca la certezza della pena – quanti colpevoli sono liberi alla faccia delle vittime? – e spesso manca anche la certezza della prova – troppi indizi o valutazioni soggettive diventano “prove”.

Amanda e Raffaele sono sotto i riflettori da tempo, dunque la loro vicenda giudiziaria – giusta o sbagliata che sia la decisione dei giudici – è pubblica, è nota. Ma quante storie simili rimangono nell’ombra? A cominciare da quelle delle persone qualunque, i poveri diavoli: quanti sono coloro che scontano lunghe pene detentive da innocenti? E poi quelle dei criminali autentici: quanti sono rimasti in libertà per le lungaggini della giustizia, per la mancanza di una prova, per la sfortuna o l’incompetenza di chi di dovere, o semplicemente perché in taluni casi il teorema ha finito per prevalere sui dati oggettivi?

Noi non conosciamo la verità su Amanda e Raffaele e ben pochi possono dire di conoscerla, a fronte degli elementi di indagine con cui ci siamo confrontati in questi anni. Neppure un giudice può avere la risposta certa. Ecco perché il nostro sistema prevede tre gradi di giudizio. Ma possono bastare quando nelle vicende rimangono inquietanti zone d’ombra?

andrea.monticone@cronacaqui.it

 

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