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Spettacolo

Fossati: «Confermo, tra poco smetto»

«Mi sento bene. Stanotte ho dormito serenamente. Come tutte le notti degli ultimi due anni, nei quali ho maturato la decisione di smettere». Il giorno dopo l’annuncio-shock nel programma di Fabio Fazio su Raitre («Dopo l’album “Decadancing” non farò altri dischi e nemmeno concerti») ieri Ivano Fossati ha ricevuto la stampa al Piccolo Teatro Studio e questa sera (ore 21; ingresso libero) incontra i fan milanesi alla libreria Feltrinelli di piazza Piemonte 2. L’occasione è l’uscita del nuovo disco di inediti “Decadancing” e del libro “Tutto questo futuro”, ma inevitabilmente dovrà affrontare il malcontento popolare per la sua decisione di ritirarsi a musica privata.

«Tutte le volte che ci ho riflettuto – ha spiegato ieri – non ho mai provato ansia. Segno che è la scelta giusta. Comunque, la musica non si abbandona. Niente più dischi e concerti, ma continuerò a studiare. Ho ancora parecchia voglia di suonare, ma non sento la necessità di esibirmi in pubblico. Voglio fare musica per me stesso».

L’ultimo tour del cantautore genovese partirà dagli Arcimboldi  il 9 novembre. «Non voglio fare un tour d’addio malinconico. Sarà una festa gioiosa: suonerò le canzoni più famose – compresa, forse, “La mia banda suona il rock” – e alcuni brani mai fatti dal vivo. Per la prima volta nella mia carriera, magari mi lascerò vincere e convincere da chi mi propone di registrare un documento live del concerto».
A differenza delle recenti dimissioni da rockstar di Vasco Rossi («È una decisione che merita rispetto, perché non si prende con leggerezza. Avrà avuto ragioni sue profonde») e quelle più lontane di Battisti e Mina, il congedo dalla musica di Ivano Fossati è totale. O quasi. «Se in futuro mi capiterà di scrivere una buona canzone, che riterrò meriti di essere ascoltata, chiederò a un amico se ha piacere di interpretarla. E se fra 5 anni qualcuno che stimo mi chiederà di suonare un assolo, magari risponderò sì».

Ha ribadito che per lui «la musica è una cosa sacra. Il resto è un mestiere che ho amato e che mi ha portato a conoscere discografici fantastici come il compianto Fabrizio Intra, a cui devo tanto. Io non ho mai venduto molti dischi: al massimo 150 mila copie, che però negli anni ’80/’90 erano pochissime. Se Intra non mi avesse protetto, e senza i guadagni come autore, avrei dovuto smettere già negli anni ’70».

Allora di cosa si lamenta Fossati? Perché scende dal carrozzone? «Non mi lamento di nulla. Semplicemente, sono in attività da 40 anni esatti e non sono sicuro di poter aggiungere qualcosa di nuovo alle 460 canzoni depositate in Siae con la mia firma. Non vorrei iniziare a ripetere me stesso all’infinito, senza alcuna novità. Nella vita ci sono altre cose da fare. Potrò perdere i capelli in santa pace e non preoccuparmi se la pancia cresce, ma soprattutto avrò la libertà di osservare il mondo con altri occhi, perché non sentirò più il bisogno di tradurre ogni cosa in canzone».

Lascia per paura di non riuscire più a essere innovativo, ma se ne va con una novità: “Decadancing” è il suo primo album totalmente privo di elettronica. «Auspico l’avvento di una musica 2.0: fare tabula rasa ripartire da zero. Dalla metà degli anni ’50 le costruzioni armoniche sono sempre le stesse: è il suono a renderle più attuali. I Kasabian, una delle mie band preferite, ha costruzioni alla Beatles, ma sul fronte sonoro sono appuntiti e futuribili».

L’ultima opera di Fossati non è autobiografica, ma una raccolta di storie fra pessimismo cosmico alla Gaber e speranza nel futuro. Il suo giudizio sull’attuale classe politica italiana è condensato nel verso “la politica non vale neanche il giornale del mese prima” del brano “Un Natale borghese”. «Ha ragione Napolitano quando afferma che la politica siamo tutti noi. Non possiamo lasciarci trascinare passivamente dalla corrente: bisogna aggrapparsi al primo ramo e tentare di salvarsi. Dobbiamo avere la volontà di non essere fantasmi nella nostra realtà».

 

 

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