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Il Borghese

Nudi senza un tetto

Il MiTo non si è realizzato. Almeno non per tutti, a giudicare dall’aumento vertiginoso dei nuovi poveri, meglio ancora di quella che i sociologi definiscono “la povertà grigia”, quella che solo vent’anni fa era sconosciuta e che abbraccia gli impiegati e gli operai senza lavoro, i cassaintegrati, i lavoratori in mobilità, i giovani che si sentono già sconfitti, gli anziani che dopo una vita decorosa si ritrovano da soli, piegati dal lutto e affamati da pensioni miserevoli. Torino e Milano, città diverse tra loro, ma comunque capitali antiche di qualcosa, della fabbrica l’una e della finanza l’altra, un tempo solo da vivere, o da bere, come diceva una vecchia pubblicità che inseguiva i quarantenni rampanti, oggi registrano un record che fa venire i brividi.

Il record della povertà. E la sostanza delle cifre si rafforza con i dati, diversi eppure uguali, che sono stati raccolti dalla Caritas e dalla Croce Rossa. Milano ha 56mila nuove bocche da sfamare. Torino non li conta così, ma registra il raddoppio degli sfratti per morosità e un identico dato per chi si reca, ogni giorno, alle mense dei poveri. Certo, se sommiamo gli abitanti che tirano a campare, aggiungiamo i Suv e i cabriolet, le vetrine con i capi firmati e le auto che solo tra qualche ora faranno la fila per il weekend, questi nostri concittadini scompariranno alla vista. Perchè i fantasmi non si vedono, soprattutto quando si è abituati a coniugare la povertà con i barboni, i senzatetto, quelli che vivono in strada coperti di cartoni. Ma la povertà grigia, quella che adesso è il vero problema sociale, non si vede. È tra noi, veste come noi, cammina diritta e dignitosa.

 Di loro ci accorgiamo quando la cronaca scivola nella tragedia: il commerciante che muore d’infarto nell’auto che è diventata la sua casa, dopo lo sfratto; la famigliola con bimbi a carico che è costretta vivere in una “Multipla” dentro un parcheggio; o come le due donne, madre e figlia, che si sono rifugiate in una cantina in periferia dopo avere perso tutto. Gli esempi si sprecano, e quasi sempre la causa scatenante è la casa che se ne va. Le mura della vita sono l’ultimo baluardo di resistenza. Si può vivere con pane e patate, ma non senza un tetto sulla testa. E allora guardiamoli i numeri delle case a Torino, a Milano e nel resto d’Italia. E cerchiamo di capire l’incongruenza che esiste tra le 800mila abitazioni sfitte, molte addirittura abbandonate a se stesse dai proprietari, e le decine di migliaia di richieste di una casa popolare, o anche solo di un affitto calmierato.

Anche se volessimo essere pessimisti le cifre non si eliderebbero mai. Le richieste sono e saranno – secondo i tecnici – sempre inferiori al capitale lasciato sfitto. Verrebbe facile dire che tra le tante emergenze servirebbe un piano casa, un’azione forte e garantista al tempo stesso da parte del governo, capace di far incontrare domanda e offerta, tagliando le speculazioni sui due fronti. Il risultato sarebbe straordinario: da una parte si potrebbe generare un reddito sui patrimoni abitativi abbandonati e dall’altra offrire un tetto a prezzi equi a chi ne ha bisogno. Utopia? Probabilmente sì. Molte case restano sfitte dopo lo sfratto per morosità, altre – e non sono poche – hanno subìto persino dei danni, inutili e maligni. Ma tante, troppe, sono vuote e basta. E non parliamo solo di palazzi aviti e di residenze a cinque stelle. Nella politica del rilancio dell’economia e dei consumi, in un’ottica di voler aiutare i cittadini a rialzare la testa di fronte alla crisi, ci sta anche una nuova politica per la casa. Resta da capire con quali strumenti. Per ora registriamo solo emergenze. E per chiudere ve ne diciamo una: a Torino ci sono 18mila alloggi popolari e diecimila richieste in esubero. Per accontentarle tutte, al ritmo di 500 nuove assegnazioni l’anno, servirebbe un ventennio.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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