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Il Borghese

Il business della miseria

L’hanno fatto crescere menomandogli a bella posta una gamba, hanno fatto del loro figlio adottivo uno storpio perché potesse mendicare meglio e consentire loro di prosperare nel business della vendita di spugne e fazzolettini di carta a Torino. Condannati.

È rimasta incinta per errore, ha partorito e affidato il frugoletto, in cambio di circa 500 euro, a un altro gruppo di nomadi perché ne facessero un professionista della questua in giro per le strade di Milano. Arrestata.

Se per caso vi sembrano storie dell’orrore, ricordate che si tratta semplicemente di due tra i tanti casi che possiamo recuperare dall’archivio del nostro giornale, esempi di come la menomazione, l’invalidità, la mutilazione possano diventare una fonte di reddito per taluni speculatori. Da mesi c’è una banda – e che lo sia lo dimostra finalmente una inchiesta aperta da una Procura della Repubblica – che si sposta per il Paese, da Torino a Milano alla Liguria, con il suo carico di dolore e pietà. L’esempio più evidente è il giovane robusto e privo di braccia che viene mandato a mendicare in mezzo alle auto con una specie di secchiello appeso al collo per depositarvi le monete. Ma c’è anche l’ex operaio sciancato da un incidente in cantiere, c’è la ragazza nata con una gamba più corta dell’altra. Da dove arrivano, dove vanno, chi incassa i loro soldi?

Da quel poco che si sa, c’è una organizzazione che li aiuta a mendicare – letteralmente – trasportandoli in giro con un furgone, dando loro da mangiare e fornendo un minimo di assistenza medica. «Ci aiutano» ha detto, rapidamente e a bassa voce, qualcuno di questi sfortunati a cronisti o poliziotti: certo, forniscono loro una maniera di guadagnare quel minimo denaro che comunque per le loro famiglie è una manna. Anche se nella realtà è appena un decimo di quanto entra nelle tasche dei loro sfruttatori, di quei “cassieri” che stanno a guardare da lontano, come innocui passanti, ma sono pronti a intervenire, spostando velocemente uomini e masserizie. Già perché la “banda degli storpi” non si ferma mai troppo a lungo nella stessa città, e mai nella stessa zona: dieci giorni, venti, al massimo un mese. Poi via, per altri lidi. Magari quelli liguri d’estate, quando sole e vacanze aumentano le presenze. Poi, d’autunno, si può anche ritornare all’ombra dello smog delle città come Milano e Torino.

Finora una sola Procura ha aperto ufficialmente una inchiesta. Nonostante segnalazioni e accertamenti siano presenti in gran numero negli archivi delle forze dell’ordine. Ma diventa difficile indagare e smascherare gli schiavisti quando proprio le stesse vittime si affannano a difenderli. E l’unico agghiacciante interrogativo che resta è: fino a che punto sono disposte a tollerare, queste vittime, pur di continuare ad assicurare alle proprie famiglie quella miseria che per altri invece è business?

andrea.monticone@cronacaqui.it

 

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