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Il Borghese

La pazienza è finita

La gente di Lampedusa è stata eroica, e quella del nord – da Torino alle altre grandi città – non è stata da meno. Migliaia di profughi veri e di clandestini che hanno approfittato delle rivolte d’Africa per approdare sulle nostre coste, ora sono sistemati in alberghi, centri di accoglienza, comunità. Almeno quattromila tra Piemonte e Lombardia, anche se il numero preciso, essendo la situazione in continua evoluzione, è difficile da scrivere. Sono ospiti, non prigionieri, intendiamoci bene. E pure ben trattati come si conviene ad un popolo che sa interpretare le regole del vivere civile. Letto pulito, colazione, pranzo e cena, abiti e persino le pantofole e il pigiama. Di questi tempi, mentre ci sono persone

come i nostri anziani che non trovano un posto letto se malati, o stentano ad arrivare alla fine del mese con pensioni da fame, non è poco. Ma i piccoli eroismi, o se preferite l’esercizio dell’altruismo che comunque ricade sulle spalle dei singoli cittadini, non fa notizia. Meglio lanciarsi a denigrare gli abitanti di Lampedusa se perdono (finalmente) le staffe di fronte ad un’evasione di massa dal centro di prima accoglienza di una torma urlante che mentre inneggia “libertà, libertà” tenta di mettere a ferro e fuoco le case dell’isola. Che barbari questi isolani che scendono in strada con i bastoni per soccorrere la polizia, che lanciano pietre contro un esercito di almeno 500 malintenzionati.

 Ma dove è andata a finire la disponibilità, la benevolenza, la carità cristiana? Dire che si è consumata solo adesso, dopo mesi passati sotto il peso delle arroganze, del teppismo e degli atti vandalici subiti, è dare comunque agli isolani una sorta di patente di santità. In realtà è ormai chiaro che tra i naufraghi che approdano sulle spiagge, ad un profugo vero corrispondono almeno 10 clandestini. E che tra questi oltre la metà sono pregiudicati, ex carcerati, o peggio ancora. Gente dura, violenta, organizzata in gruppi tribali che sa sfidare la polizia, ingaggiare battaglia, e che – come vedremo – ha già incassato il sostegno dichiarato del popolo antagonista e degli anarchici in particolare. Così, mentre Lampedusa brucia, a Torino e in altre città si accendono le micce della rivolta nei Cie, i centri di permanenza temporanea. Anarchici fuori dalle mura e dai cancelli con le armi improprie che qui al nord si usano abitualmente nelle battaglie No Tav, all’interno gruppi di clandestini pronti a tentare fughe spettacolari.

Da Torino, la notte scorsa ne sono fuggiti 22 (probabilmente “soccorsi” e nascosti dai loro complici), non si contano i contusi e radio clandestina sta facendo il resto, proprio mentre alle popolazioni si chiede altra pazienza, altra partecipazione, altra benevolenza nell’accogliere proprio quelli che hanno tentato di bruciare Lampedusa. Se è poco quello che si sta facendo, allora vuol dire che non sappiamo più leggere la realtà. Quando è troppo è troppo, e bisogna avere il coraggio di ammetterlo. Ed è troppo a Lampedusa, ma anche a Torino dove la notte scorsa un intero quartiere ha vissuto in stato d’assedio. Troppo facile invocare, dai soliti pulpiti buonisti, assistenza in guanti bianchi e poi – di fronte a qualche misfatto – accusare governo e forze dell’ordine di lassismo e incapacità. Le leggi ci sono, anche per profughi (se lo sono) e per i clandestini. E vanno applicate con fermezza. Anche se può capitare che la fermezza possa essere vanificata dalle normative europee, come accaduto a Milano per i 15 ex clandestini – per legge non è più reato – liberati e subito tornati a delinquere.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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