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Il Borghese

I burattini della crisi

Ci giudicano e ci declassano. Cioè ci bocciano e ci sbertucciano alla faccia dell’Italia laboriosa e risparmiatrice. I giudici più crudeli si chiamano Standard & Poor’s, Moody’s, Fitch. E aleggiano come falchi tra gli Usa e la Gran Bretagna, nelle capitali della speculazione e della finanza creativa, quella che si fa più con la carta che con i quattrini. Come nei film di Totò, ma senza badare a chi paga le conseguenze. Così mentre la pagella dell’Italia scivola in basso mescolando i problemi del debito pubblico con i vizi privati del Premier, ci scopriamo tutti più fragili e di conseguenza più poveri. I signori in questione, che con un più o un meno possono cambiare i destini di una nazione, d’altra parte hanno già dimostrato negli anni quanto acuminati siano i loro denti nel masticare i soldi altrui: hanno incensato la Lehman Brothers Holdings due mesi prima che finisse nella peggiore bancarotta del secolo, hanno promosso Parmalat mentre già affondava assieme ai risparmiatori che le avevano dato fiducia, hanno tollerato i bond argentini quando già si sapeva che erano carta straccia. Le conseguenze le conosciamo, anzi milioni di persone hanno toccato con mano quanto fasulle possano essere certe pagelle, soprattutto quando chi le compila gioca sui grandi tavoli della speculazione internazionale.

 Eppure i giudizi di Standard & Poor’s e di Moody’s sembrano inconfutabili. Più che giudizi paiono sentenze e tutti ci inchiniamo supplici, aspettando le bastonate di rito. Ma quel che è peggio è constatare come questi istituti si inseguano nella corsa al declassamento, passando da una nazione ad un’azienda. Dall’Italia alla Fiat, tanto per stare su questioni che ci riguardano. Martedì Standard & Poor’s ha bacchettato il nostro Paese, facendo poi cadere la scure su banche, controllate ed enti più esposti. E ieri Moody’s ha sparato a zero su Marchionne nonostante solo ventiquattr’ore prima il manager avesse confermato gli obiettivi 2011 e l’ulteriore scalata della Chrysler al 58,5% entro l’anno. I motivi per cui l’agenzia di rating, per altro pessimo pulpito assieme alle altre due sorelle americane, abbia deciso di declassare Fiat, secondo gli esperti, sarebbe determinato da una parte dall’alto indebitamento della Chrysler («l’affidabilità creditizia di Fiat e di Chrysler saranno sempre più allineate» e i due gruppi «potrebbero dover sostenersi l’un l’altro in caso di difficoltà finanziarie») e dall’altro dai progetti del Lingotto che opera in un settore altamente ciclico come quello automobilistico, ed è «in ritardo con il rinnovo dei modelli rispetto ai concorrenti diretti».

 Ma quali sono i motivi reconditi di questo attacco concentrico alla nazione Italia e alla sua azienda più rappresentativa? E quanto ci costerà in termini di rinegoziazione dei tassi di interesse degli enti pubblici già costretti ad esagerate economie? E quanto influiranno, oltre che sul nostro tran tran quotidiano, anche sulle decisioni di grandi gruppi industriali di non investire in Italia, o peggio di emigrare altrove con le loro produzioni? Tutte domande senza risposta mentre ci tormenta il dubbio che le agenzie di rating, purtroppo complici della finanza nella grande crisi del 2008, assolvano ancora una volta al ruolo imposto loro dai grandi burattinai del business. E facciano da testa di ariete aspettando l’arrivo degli speculatori.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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