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Il Borghese

Il diritto dell’amore

Se è una cantante famosa a scegliere di diventare mamma a 57 anni, in un rifugio dorato con la festosa condiscendenza di riviste patinate accorse a raccontare le tappe della gravidanza, il Paese applaude, si commuove, addirittura adotta la nascitura come un segno della eterna giovinezza. E non sia mai che qualcuno osi chiamare “nonna” questa mamma star che ancora calca il palcoscenico e che, della gravidanza, fa persino una canzone da record. Se invece è una signora qualunque che nella vita ha inseguito il sogno della maternità fino a considerare persino l’adozione, prima di ricorrere alla fecondazione assistita, allora le regole possono cambiare.

 E l’età della mamma e del babbo non solo diventano un problema, ma addirittura una colpa. Tanto che il desiderio di una creatura da crescere può trasformarsi in «una volontà di onnipotenza, di soddisfare a tutti i costi i propri bisogni, che necessariamente implicano l’accantonamento delle leggi di natura e una certa indifferenza rispetto alla prospettiva del bambino». Mettiamo queste parole tra virgolette perché le desumiamo da una sentenza dei giudici del Tribunale per i minorenni del Piemonte e della Valle d’Aosta, che di fatto strappa la piccina a quelli che vengono definiti, almeno con crudeltà lessicale, “genitori-nonni”. E la infilano nel tunnel delle adozioni, cancellando con un colpo di spugna l’innegabile atto d’amore che l’ha portata alla vita. Come in ogni vicenda che prelude alla cessione – passateci il termine – di un bimbo dalla famiglia naturale ad una affidataria, c’è una causa scatenante. E in questo caso si fa cenno ad un episodio in cui la piccina sarebbe rimasta da sola per qualche decina di minuti nell’auto, con i genitori a poca distanza, ma pur sempre in solitudine, tanto da richiamare l’attenzione di una vicina di casa.

E’ sufficiente un singolo episodio per cancellare una realtà famigliare? Non abbiamo competenze in diritto e dunque non possiamo giudicare, ma non possiamo non soffermarci sul corollario di questa decisione, e in particolare sulle parole spese, nero su bianco, per accompagnare una scelta che comunque graverà sulla vita di questa creatura. Si legge ancora nella sentenza come questa gravidanza sia stata «il frutto di una applicazione distorta delle enormi possibilità offerte dal progresso in materia genetica». Come se l’affidamento della piccina fosse una sorta di punizione per una scelta di maternità ad età avanzata, da sanzionare con l’allontanamento coatto. O peggio, come sottolinea la sentenza, i genitori non si siano mai «seriamente posti domande in merito al fatto che la bimba si ritroverà orfana in giovane età, e prima ancora, sarà costretta ad assisterli… proprio nel momento in cui, giovane adulta, avrà bisogno di aiuto e sostegno…». Colpisce il fatto che non venga tenuto in nessun conto il gesto d’amore, la rincorsa disperata della maternità durata anni, i sogni, le speranze e i sacrifici. Viene da chiedersi se, affrontando il problema con il cuore e non con il codice, questa madre non sia un esempio di coraggio e di abnegazione anzichè «l’appagamento del bisogno narcisistico di avere un bambino» come si legge in calce alla sentenza. Condanna senza appello per un’intera generazione, quella che ha compiuto gli anta ma che crede ancora nel diritto di vivere.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

 

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