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Il Borghese

Una mattina di ordinaria burocrazia

Lo abbiamo detto mille volte che siamo prigionieri della burocrazia, che il cittadino che non può dire “lei non sa chi sono io”, che non ha santi in paradiso e non conosce neppure i nipotini furbetti di Picone, è una sorta di vaso di coccio stritolato dagli ingranaggi perfidi degli uffici pubblici. Ma una cosa è cantare la canzoncina e un’altra è vivere in prima persona una mattinata da naufrago, sballottato da un ufficio all’altro. Faccio mia, e la condivido con voi, la lettera di un lettore che racconta la sua odissea a cavallo di un pronto soccorso di ospedale, di un ufficio postale e di una banca. Una sorta di eroe nudo costretto a muoversi nella giungla delle pratiche e dei ticket, dei bancomat e delle bollette. Un sopravvissuto, visto che scrive. «Stamane – racconta -, mi sono alzato alle 6 e 30  per portare mia suocera a fare un prelievo del sangue all’ospedale Martini.

Siamo arrivati ale 7 e 30 ed abbiamo preso il numero 76. Mentre mia moglie attendeva con mia suocera ottantenne che arrivasse il suo turno, sono andato alla posta di via Marsigli (quartiere Pozzo Strada, periferia residenziale di Torino) per pagare le bollette». E questa, come vedremo, diventa la prima stazione della Via Crucis. Il Nostro arriva alle ore 8 e 10. «Aspetto che aprano l’ufficio, alle 8,30. Sono il numero 6. Che fortuna , penso, mentre dico all’impiegata che intendo pagare con il bancomat. Lei annuisce, ma nonostante perseguiti i tasti della macchinetta, non riesce a collegarsi con il sistema. Pazienza, passo ad una sua collega che invece riesce a prendere la linea ma, al momento di pagare, mi dice che purtroppo il sistema ora non funziona più, e devo pagare in contanti. Mi guardo attorno sgomento, non ho abbastanza contanti con me. La risposta è secca: “Cerchi un bancomat prelevi e torni qui, ce n’è uno in corso Peschiera”». Il nostro esce, corre all’auto, si fionda all’indirizzo consigliato. Peccato che il bancomat lì non ci sia proprio. E forse non ci sia mai stato.

Sconfitto, ma ancora lucido, il lettore torna alla posta. «Mi ridia le bollette» dice all’impiegata. Ma la risposta lo gela: «Non posso ormai le ho digitate sul terminale, vada a cercare un altro bancomat e torni prima delle due». Lampo di genio, il Nostro telefona alla moglie che è sempre lì, all’ospedale con la suocera che aspetta il suo turno e chiede aiuto. La signora fruga nel portafoglio e lo salva. Ha i contanti. Corsa in auto fino all’ospedale, attraversamento di corridoi, recupero del denaro. E poi via, verso la posta. «Entro e pago, ritiro le bollette e guardo l’orologio. Mi sembra sia passato un secolo. E invece sono solo le 9,30». Di nuovo in auto, questa volta per recuperare moglie e suocera e riaccompagnarle a casa. Il Nostro, come un legionario degli uffici pubblici, ha un’altra missione da svolgere: pagare l’affitto. Così dietro front e avanti march, verso la banca Intesa di corso Peschiera.

«Entro e prendo il numero. Sono il 109, 71 persone prima di me. Due soli sportelli aperti. Alzo gli occhi al cielo». Sul banco un giornale lasciato a disposizione dei clienti pubblica l’intervista al Direttore Generale che dice in sintesi che «nel 2010 abbiamo lavorato in due ambiti Personale e Organizzazione. Ora la macchina funziona». Il Nostro si accascia, bofonchia, ma non demorde. Alle 11 e 25 esce dalla banca, stringendo in pugno la bolletta. E pensa, il Nostro. Pensa a questo Paese in cui viviamo, ai governanti che ci chiedono di fare sacrifici e pure al presidente Napolitano che ha deciso di rinunciare all’aumento della prebenda presidenziale (tutti i deputati lo avevano già fatto da due anni) rinunciando sì a 68 euro, ma su uno stipendio di oltre dodicimila mensili. Pensa a Pier Carmelo Russo, segretario generale della Regione Sicilia andato in pensione a 47 anni con 10.980 euro al mese. Pensa a questo e anche ad altro. Ma il resto delle sue riflessioni le tiene per sé. Voi, naturalmente, siete liberi di interpretarle a piacimento.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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