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Il Borghese

La metamorfosi della Fiom

C’è da chiedersi dove sta andando la Fiom, in particolare a Torino che è sempre stata la sua città laboratorio e dove, nonostante i tempi, c’è il più alto numero di iscritti in Italia. Ieri durante la manifestazione per lo sciopero generale è apparso evidente a tutti che il sindacato dei metalmeccanici ha aperto le porte non solo ai No Tav, ma anche all’area antagonista quasi che questa nuova generazione di contestatori potesse rinvigorire i meccanismi e le simbologie un po’ stanche del mondo operaio. La prova evidente, perché altre ce ne sono state ma in tono minore nel passato, è stata la decisione di non contrastare le azioni del popolo No Tav in questi mesi, anche  nei momenti in cui la guerriglia in Val di Susa ha assunto proporzioni inquietanti.

Se non c’è stato assenso diretto, non c’è stata neppure una presa di distanza. Ma viene comunque da chiedersi che cosa ci facessero i No Tav nel corteo, e più tardi sul palco dove si celebrava uno sciopero magari non condivisibile, ma comunque legittimo. E come faccia la Fiom a contrastare la posizione della Cgil a cui appartiene (e da cui non vuole slegarsi, parola del segretario generale Landini) proprio sulla Tav, mostrando a tutti una spaccatura – loro la chiamano dialettica – che è sempre più evidente. Ma ciò che sorprende di più è la contiguità della Fiom con l’area antagonista che ormai rischia di diventare una componente strutturale del movimento e che forse cerca proprio dal sindacato una legittimazione politica che non ha mai trovato. Un contesto in cui si potrebbero saldare le ali più dure del fronte operaista con quelle degli studenti, tentativo riuscito solo a metà l’anno passato e su cui ci pare di osservare un rinnovato attivismo. La possibilità che dal dialogo si arrivi ad istituzionalizzare una contestazione dura, e a tratti anche violenta, è plausibile e riteniamo lo sappiano bene i leader piemontesi che sono alla ricerca di un nuovo modo per dare voce al malcontento che serpeggia tra le nuove generazioni e sul quale i partiti tradizionali sono poco attrezzati.

 Ammesso che Torino funzioni ancora una volta da laboratorio su idee e strategie (anche non convenzionali), il futuro dipenderà probabilmente da come Fiom celebrerà la festa per i suoi 110 anni di attività sul fronte del lavoro e della fabbrica. Si capirà allora se sono ancora i torni e le presse la materia del contendere o se, sempre da Torino, nascerà qualcosa di ibrido a cavallo tra sindacato e politica, in un ambito che scavalca a piè pari la sinistra tradizionale, Sel compresa. Ieri intanto, ma solo in serata, la Fiom si è accorta della stecca ed è corsa ai ripari. La musica ci può stare, il modo di suonarla, no.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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