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Il Borghese

Aristocrazia decaduta

Il signor Pautasso che la mattina usciva di casa per andare in fabbrica con la tuta blu piegata nella borsa e il baracchino con la pastaciutta da riscaldare in officina non esiste più. O forse sono le tute blu che vanno lentamente scomparendo da quella che una volta era la città della fabbrica, o meglio – e per dirla tutta – la città della Fiat. Con i suoi pregi e i suoi difetti. Con i limiti delle barriere operaie, lo smog delle ciminiere e il grigio del cemento. Ma quello che soprattutto va scomparendo è l’orgoglio operaio, un senso di appartenenza ad una classe di lavoratori che si sentiva in qualche modo un’aristocrazia del paese che sa costruire. Loro, gli operai, facevano le macchine, con la chiave inglese e con il cervello. Erano gli specializzati, custodi di saperi antichi, che anche i capi rispettavano. La nobiltà decaduta di una classe che allora, e non parliamo del medioevo dell’industria, ma degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, mandava i figli all’università, comprava casa o la costruiva rubando le ore al sonno, risparmiava e, il primo di agosto, partiva in 600 verso il proprio paesello.

Oggi ai privilegi del lavoro si sostituisce spesso l’umiliazione del prestito chiesto ai parenti o alle finanziarie, se non – peggio – a chi specula sul bisogno. E a Mirafiori, che era il tempio delle tute blu, si respira l’aria mesta di chi si sente sconfitto, inutile. O vittima. La cassa integrazione è l’argomento di cui parlare, e quella a zero ore il baratro a cui tentare disperatamente di sfuggire. Una volta, là davanti ai cancelli, c’erano i banchi con la verdura e la frutta, i venditori ambulanti, i panini caldi, il caffè. L’operaio guadagnava e spendeva. Insomma viveva. Oggi si fa di conto su quello che rimane in tasca con l’aiuto sociale e le mani tornate lisce e curate perchè non vedono da mesi grasso e utensili da stringere e maneggiare. Persino i progetti futuri non scaldano gli animi, che si tratti di un Suv o della Topolino del domani. Certo, si aspetta. perché non si può fare altro. E, come dice uno di loro, «passiamo tutti per fagnani, per perdigiorno, per gente che quando c’è la partita se ne sta a casa». Anche qui, ovviamente, il sentire comune ha il suo peso, proprio come nella vecchia canzone di Celentano che diceva «chi non lavora…». Chi non lavora, e oggi si lavora al massimo una settimana su quattro (forse pure di meno) porta a casa più o meno 700/800 euro. Pochi per vivere, a meno che non si decida di fare i negri, ossia di lavorare in nero, racimolando – tra mille rischi, compreso quello di essere beccato e buttati fuori – qualche centinaio di euro. Ma è il futuro che preoccupa, l’attesa di una linea di produzione, l’assenza di un modello che possa rilanciare lo stabilimento mentre scorrono i mesi e sopravvivere è sempre più difficile.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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