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Il Borghese

Un agosto di sangue

La mano insanguinata fa capolino tra i teli messi pietosamente – e per necessità di indagine – dai carabinieri e dai sanitari del 118, lì sull’asfalto del quartiere torinese di San Salvario. Accanto, gli abiti, anche questi lordi di sangue, tagliati nel tentativo di tamponare le ferite. E sangue sul muro accanto, sulla soglia della gioielleria che quell’uomo aveva cercato di rapinare con una pistola giocattolo, ignorando che invece il gioielliere avesse un’arma vera. I passanti tenuti a distanza osservano la scia di gocce rossastre che va dalla gioielleria al cadavere.

È un agosto di sangue quello che viviamo e raccontiamo. Un rapinatore ucciso a Torino, dopo una settimana segnata dal giallo della collina e altri due omicidi: un uxoricidio mosso dalla gelosia e un regolamento di conti nel mondo della prostituzione. Mentre a Sovico, in provincia di Monza, contemporaneamente registriamo la follia di una lite tra ragazzini, di una bottiglia rotta che recide la gola di un diciottenne. Sangue sulle strade, nelle piazze, in villette a due piani nella campagna. Da giornalisti annotiamo particolari nel taccuino, verifichiamo l’esattezza dei nomi e dei cognomi e della dinamica dell’accaduto: questo è quanto serve, il resto è interpretazione che spetta ai sociologi, agli esperti della psiche, ai criminologi. Da romanziere sarebbe facile costruire una vicenda di violenza nelle nostre strade deserte, di una sorta di “maledetta estate calda” che porta a impugnare pistole, coltelli, bottiglie rotte, a travalicare quel limite che non è solo di legge, ma è ben più profondo nell’animo di ognuno, ossia il togliere la vita a un’altra persona. Sarebbe appunto un romanzo, dove il buono può trionfare sul cattivo, dove il confine può apparire netto, oppure potrebbe scivolare nella non consolatoria ammissione che il male è nella società ed è impossibile non esserne toccati.

Ma qui parliamo di persone reali, di vicende ed esistenze reali, la realtà non è un romanzo. Ogni omicidio ha la sua storia: sesso, denaro, vendetta, paura, sopraffazione o legittima difesa. Ci sono delitti che non hanno un senso, sempre che un senso si possa trovare nella morte. Ed altri che obbligano invece a riflessioni profonde. Come quelli compiuti da chi mette mano a un’arma per difendere se stesso o i propri beni. Ieri pomeriggio il gioielliere aveva le mani sul capo, l’espressione sconvolta. Ben sapendo che tra possedere un’arma e usarla passa tutta la differenza di questo mondo, una differenza che viene però annullata in un tempo troppo breve, come quello che serve a premere il grilletto, magari durante una colluttazione.

Le cronache e gli archivi ci consegnano tragici precedenti. Dal delitto Savoldelli di alcuni anni fa, quando un orefice venne ammazzato con la sua stessa arma, al tabaccaio di Milano che fu assolto dall’accusa di omicidio di un rapinatore entrato nel suo negozio, o all’altro gioielliere, a Cinisello, che ridotto a una maschera di sangue dai suoi assalitori fece fuoco sette volte. Storie diverse eppure simili, che troppo spesso la magistratura ha giudicato in maniera decisamente diversa. Non è possibile trovare spiegazioni, così come sarebbe semplicistico trarre immediate conclusioni – ha fatto bene? ha sbagliato? ha esagerato? ha difeso la sua stessa vita? – perché in quel lasso di tempo così breve della pressione di un dito sul grilletto, in realtà passano intere vite: quella di chi viene colpito, ma anche quella di chi fa fuoco. E sono esistenze che, in maniere differenti, vanno comunque in pezzi.

andrea.monticone@cronacaqui.it

 

 

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