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Il Borghese

Di privilegi si può anche morire

Pagano le famiglie, come sempre. Almeno mille euro all’anno in più, tra ticket, balzelli, aumenti e ritocchini figli della manovra. Troppo, per chi non vive di privilegi. Ma cominciamo a fare l’esame di coscienza. E diciamocelo bello chiaro: grazie alla politica pigra, buonista, cerchiobottista e interessata solo a consolidare il bacino dei voti (un vero e proprio scambio in virtù di favori assai diffusi…) gli italiani hanno vissuto tutti al di sopra delle proprie possibilità almeno per quanto riguarda gli ultimi quarant’anni. Senza distinzione alcuna tra Prima e Seconda Repubblica. Come se la preoccupazione principale fosse quella di garantire chiunque dalla culla al funerale, in nome di quello “stato sociale” che non è altro che una ciclopica macchina che fornisce benessere e privilegi mentre il cittadino può anche starsene in panciolle.

 Purché voti i benefattori. Per capirci, basta dare un’occhiata alle pensioni, quelle baby quelle anticipate, quelle che sono solo “pre” pensioni (invenzione ingegnosa per alleggerire da una parte le tensioni sociali e dall’altra i costi delle aziende in crisi) per comprendere il danno creato dall’abuso dei privilegi con impiegati, funzionari e semplici addetti a cui abbiamo concesso di smettere cinque, dieci, quindici anni prima del dovuto accollandoci l’onere di mantenerli a vita. Emblematici i folli provvedimenti delle amministrazioni comunali, delle ferrovie, dell’Inps, della pubblica istruzione che non molti anni orsono inventarono (unici in Europa) i pensionati quarantenni. Quanto valga il saccheggio non è dato di sapere. Ma certo vale almeno quanto quello prodotto dal mondo della scuola, oggi in gramaglie per la dieta Gelmini e per i tagli in finanziaria. Bene: dilatate oltre ogni misura le scuole superiori (talune con specializzazioni di fantasia), siamo passati alle università. Dai capoluoghi di regione a quelli di provincia, poi via via che cresceva la fame di cattedre (e di cattedrattici) a quelle dei paesotti di campagna con l’obiettivo – forse – di arrivare agli atenei di quartiere. E infine, la sanità.

 Ossia il bene comune, garantito per tutti in un diluvio di ospedali, ospedalini, ospedaletti, reparti, repartini, pronti soccorsi. E primari, medici, infermieri, portantini. Con sindaci alla rincorsa (sempre per il consenso alle urne) prima del loro ospedale e poi anche delle strutture più sofisticate a botte di miliardi (in lire) e di milioni di euro poi. Lo tsunami finanziario è arrivato lì e le sponde delle nostre finanze, già provate dalle pensioni, dalle esagerazioni sulla scuola, dai falsi invalidi, dagli evasori fiscali e dalla politica sempre più esigente e crapulona, hanno ceduto.

 Badate bene, che stavamo andando a catafascio lo sapevamo. O almeno lo immaginavamo. ma in fondo stava bene a tutti questo “stato sociale” in cui ognuno aveva il suo angolino di privilegi, il suo aiutino sugli affitti, i viaggi gratis (bastava essere parente – anche alla lontana – di un ferroviere), la pensioncina (e il secondo lavoro, ovviamente in nero), il pronto soccorso aperto come un piano bar, e così via. Lo sapevamo, ma guai a sentircelo dire. E questo la politica, quella di prima e quella di adesso, lo hanno capito bene. Per questo c’è stato un silenzio assordante, anche mentre una dopo l’altra arrivavano le manovre finanziare con tagli e taglietti. Zac a un piccolo privilegio, zac ad un altro.

Ma guai a toccare i “beni primari”, come per esempio le pensioni. E quelle delle donne in primis. Ma allora come si farà a dire agli italiani che di manovra non si sopravvive? E che neppure questa batosta firmata Tremonti, sofferta, apparentemente terribile, non ripiana neppure gli interessi del nostro debito pubblico? E soprattutto come si farà a dire che l’era dei privilegi è finita mentre i politici fanno il bello e il cattivo tempo e i boiardi di Stato sommano le pensioni d’oro come fossero noccioline? La soluzione è sempre stata il silenzio. E così sarà – temiamo – anche in futuro. perchè se è vero che l’italiano medio ha il vezzo di farsi assistere, è anche vero che, alla fine, paga sempre di tasca. O almeno così capita agli onesti.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

 

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