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Il Borghese

Viviamo davvero meglio?

Viviamo più a lungo, ma viviamo anche meglio? Una domanda d’obbligo, dopo aver conosciuto i dati dello studio del servizio epidemiologico della Regione. Dal 1970 i torinesi hanno guadagnato quasi otto anni di vita media, con una prospettiva ancora superiore. Un balzo spiegato con il fatto che sono mutati i nostri comportamenti: ora sappiamo che le sigarette fanno male e stiamo attenti a quel che mangiamo, premurandoci di verificare gli ingredienti dei cibi (anche quando sale alla ribalta qualche formula misteriosa per i più, come «niente olio di palma», oppure «il colesterolo buono»), probabilmente si fa anche più movimento, inoltre non vanno dimenticati i progressi della medicina che ci hanno regalato possibilità di avere pezzi di ricambio ed educati a controllare il nostro organismo con regolarità. Sono cambiate le dinamiche della società, a cominciare dalle tipologie lavorative, per cui un sessantenne di oggi è sicuramente meno sfiancato e più in forma di quanto lo fosse suo padre. E un settantenne è considerato parte attiva dalla società (sia come consumatore sia come scusa per posticipare la possibilità di andare in pensione). In compenso un quarantenne è considerato un ragazzo e nessuno si stupisce se un trentenne si qualifica ancora come studente. Tra una adolescenza allungata artificialmente e una mezza età posticipata, ripeto, viviamo meglio? Qualcuno potrebbe dirmi che chi ha i soldi vive certo meglio di chi non li ha. Una maggiore prospettiva di vita è certo una manna per chi ha capitale e possibilità, mentre diventa un dono avvelenato per chi percepisce un vitalizio ai limiti della sussistenza. Ma al di là di questo, non saprei dirvi se viviamo peggio, di certo viviamo diversamente: siamo tutti più soli, nelle nostre città dove i momenti sociali sono drogati da raduni in “non luoghi” come centri commerciali, zone di movida, mentre le case devono (dovrebbero) rimanere sempre sprangate perché è impossibile avere fiducia nel prossimo. Anzi, gli altri fanno paura. Che siano stranieri o semplici sconosciuti, domina la chiusura. Non è neppure diffidenza, in molti casi, ma semplice adattamento agli stili di vita di questa società. Abbiamo una connessione virtuale con tutto il mondo, nella maggior parte dei casi, le dinamiche di relazione passano quasi tutte attraverso i social network, la messaggistica istantanea e altre amenità del genere. E soprattutto abbiamo paura. Tutti, in ogni momento. Paura del futuro (soprattutto perché ci appare uno spazio temporale ancora più vasto), della mancanza di prospettive reali; paura del presente, perché siamo presi fra crisi, tasse, governi che vanno e vengono, demagoghi e parolai; paura del passato, che torni prima o poi a presentarci il conto. Ci spaventa la criminalità. Ci terrorizza l’erosione del potere d’acquisto. Ci inganna il credere che tutto questo non possa cambiare.
 

Twitter@AMonticone

 

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