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TEUTOBURGO. La disfatta contro i Germani nel romanzo di Valerio Massimo Manfredi

Roma e il destino dell’impero nella battaglia di due fratelli

Due figli di re, Armin e Wulf, della stirpe germanica, che incontreranno il loro destino nell’anno 756 dalla fondazione di Roma, nel fitto della foresta di Teutoburgo, dove si consumerà una delle più feroci e sconvolgenti battaglie dell’impero. I due fratelli sono cresciuti a Roma, portati alla corte dell’imperatore e cresciuti come cittadini dell’Urbe, educati e addestrati a diventare generali. I primi di un impero che diverrà multietnico, che sconfiggerà l’ultimo bastione di resistenza barbara, che si unificherà e consoliderà. Sappiamo dalla storia che così non è accaduto.

Armin, divenuto Arminio, avverte però il richiamo del sangue, della sua stirpe e su quel campo di battaglia non combatterà sotto le insegne delle aquile, ma si unirà alla sua gente. Di fronte, sul medesimo campo di battaglia, Wulf divenuto Flavus, oratore e militare impeccabile, fedele a Roma e al suo sogno di dominazione mondiale. Nello scontro che decide le sorti di un impero, il destino atroce di due fratelli.

E’ la trama di “Teutoburgo” (Mondadori, 20 euro), il nuovo romanzo storico dell’archeologo e scrittore Valerio Massimo Manfredi, già balzato alle prime posizioni delle classifiche di vendita. Un libro dove, come con la consueta maestria, si mescolano la storia e la fiction, i drammi individuali nello schema generale dei popoli. Storia e romanzo. «Lo spunto di questo libro – ha spiegato Valerio Massimo Manfredi – si è presentato durante una conversazione con un caro amico che mi ha portato a consultare le fonti con interesse e curiosità. Teutoburgo è stata una bruciante sconfitta per l’Impero. Anche se la Storia non si ricostruisce coi “se” e coi “ma”, è lecito pensare che, se i Romani non avessero perso questa battaglia, dopo tre giorni di lotta ininterrotta, avrebbero romanizzato completamente la Germania dell’epoca e probabilmente la storia d’Europa sarebbe stata diversa».

Colpisce, poi, come già secoli fa Roma si distinguerre per una multiculturalità e delle complicazioni non solo politiche che la rendevano diversa da ogni altra capitale d’impero. «Roma nasce multietnica, è la sua vocazione – ancora Manfredi -. Essere un cittadino romano dell’Impero non voleva dire avere determinate caratteristiche, ma era un vero e proprio stile di vita, una filosofia che vedeva nella coincidenza dei concetti di Urbe e Orbe e nell’attaccamento alle idee di Res Publica e di legge dello Stato i suoi valori fondanti, da onorare sopra ogni cosa». Come accade a Flavus, mentre il fratello in armi sta dall’altraparte della selva.


 

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