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Il Borghese

Il valore di una vita

Quanto vale la vita di un uomo che si consuma nella malattia, fino alla morte, dopo un’esistenza di lavoro? Quanto peserà, sul bilancino della giustizia, quella polvere insidiosa, crudele, finissima, che sa insinuarsi in un organismo fino a minarne le difese e a piegarlo all’estremo? Sono domande vecchie come il mondo, o almeno il nostro mondo, dove in un’aula di tribunale si discute delle responsabilità di una grande azienda multinazionale, ma anche dei comportamenti di una classe imprenditoriale dove il profitto era sempre, e comunque, in cima alla lista dei valori. Parliamo dell’Eternit, del leader mondiale della lavorazione dell’amianto, di chi, pressando e incollando quella polvere, la piegava in tubi, mattonelle, pannelli, tegole, lastre di copertura. Un miracolo di tenuta e di leggerezza. Tanto che, ancora oggi, ne siamo assediati – spesso non sapendolo – e lo sono i nostri figli, nelle scuole già un po’ avanti negli anni, chi abita in vecchi casermoni popolari, chi lavora in aziende che non hanno potuto, o voluto, riconvertire le loro strutture.

Tirando le somme, l’Eternit ha rappresentato una gigantesca fortuna imprenditoriale, sul fronte degli impieghi in edilizia, ma anche sul versante patrimoniale. Peccato che a costruire questo castello sulla polvere siano stati in tanti, troppi lavoratori senza difese adeguate, con pala e piccone e magari un semplice fazzoletto bagnato sul volto. E non basta: quella polvere maligna che vola con il vento, si insinuava ovunque, penetrava negli abiti e nelle case, colpiva persino chi, come le mogli e le madri dei lavoratori, faceva il bucato dei panni dell’officina. Così il bilancio delle vite spese è diventato da record. Una escalation impressionante, proprio come quella che si legge sui bilanci depositati. Tremila vittime negli ultimi trent’anni, e la strage non si ferma continuando inesorabile il suo cammino. Inesorabile come la diagnosi che risuona sempre uguale: tumore alle vie respiratorie.

Con questi presupposti il maxiprocesso che si sta celebrando a Torino, battendo – dicono gli esperti – ogni record di rapidità e di efficienza, si prepara oggi a quantificare i danni subiti. E si torna alla domanda iniziale: quanto vale una vita umana, e quali sono i parametri per motivare un risarcimento? Sappiamo, perché è cronaca di ieri, che la Regione Piemonte, da sola, invoca la restituzione di 69 milioni di euro: 60 per gli interventi di bonifica effettuati negli stabilimenti, 9 per le spese mediche sostenute per assistere i lavoratori. Ciò che è ancora una cifra fluttuante, ma di cui si parlerà a cominciare da oggi per bocca delle oltre seimila parti civili, è la somma dei risarcimenti alle vittime. Due miliardi di euro, si mormora nei corridoi, forse tre. Il frutto di una conta dolorosa in cui sono addendi irrinunciabili l’età della vittima, gli anni passati in azienda, la gravità della malattia, il percorso del suo dramma umano. Ai giudici toccherà un compito difficilissimo, quello di allineare delle cifre accanto ai nomi e di verificare le possibilità reali che questa sentenza che si avvicina nel tempo abbia una qualche possibilità di non disperdersi nei fumi del diritto. Mai comunque fino ad ora, e non solo in Italia, si è sezionata con tanta chirurgica abilità la responsabilità e la consapevolezza dei manager e dei proprietari ai quali va dato atto di aver già iniziato la pietosa dazione. Briciole, comunque, rispetto ad una cifra enorme, inimmaginabile solo qualche anno fa, quando la morte sul lavoro pareva una sorta di inevitabile jattura. Comunque vada, di sicuro a Torino si sta scrivendo una pagina importante nel diritto del lavoro. E già conta, e molto, il fatto che non sia calato il silenzio su tante croci.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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