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Il Borghese

Non confondiamo criminali e Garibaldini

Finirà come in Grecia. I No Tav riuniti in assemblea nella baita di Giaglione, tra Susa e Chiomonte, cuore della rivolta contro l’alta velocità, fanno la loro profezia. Dalla battaglia di domenica alla guerra permanente. Nulla è cambiato, anzi. La rabbia sembra addirittura raddoppiata, i capipopolo respingono con sdegno la presenza dei black bloc, anche se le immagini diffuse in mezzo mondo li smentiscono. E negano tutto, compreso l’assalto premeditato, dai boschi, contro le forze dell’ordine. Trasudano rabbia, ribaltano l’evidenza: siamo stati attaccati, è stata la polizia a lanciare per prima i lacrimogeni. La speranza che si potesse individuare almeno un filo sottile di dialogo tra i valligiani e le istituzioni tutte impegnate a difendere quest’opera e, anche, il massiccio investimento dell’Unione Europea, si spezza di fronte al muro degli oltranzisti. Finirà come la Grecia, brucerà tutto, insistono. E poi rovesciano sui giornalisti fiumi di parole dove la parola d’ordine è “resistenza”. Come se quei criminali con caschi, bastoni, bombe carta e pietre fossero dei nuovi garibaldini impegnati in una sorta di spedizione dei Mille. O addirittura nuovi partigiani in lotta contro l’invasore. Che è poi lo Stato, con i suoi militari, la Regione, la Provincia, i Comuni non allineati, gli operai arrivati ad aprire un cantiere di cui, presumiamo, avrebbero fatto volentieri a meno. Non stupisce neppure che, tra i capipopolo vi siano noti esponenti dei centri sociali e che, nella notte prima dell’assalto, la gente del posto abbia fatto la fila per portare pane, vino e persino torte di frutta ai fantasmi neri accampati nei boschi. E che altri ancora siano saliti sulle montagne per fare da guida alle pattuglie bene armate, proprio come accadeva durante la guerra partigiana. Come se, all’improvviso, non vi fosse da una parte la reazione composta, colorata, persino bonaria della popolazione locale contraria all’opera, e dall’altra i nuclei dei violenti e dei facinorosi. Ma le due anime si fossero in qualche modo fuse. O perlomeno accettate come il minore dei mali. Così i black bloc, o comunque le falangi armate arrivate da ogni dove, molte delle quali – immaginiamo – manco sanno che cos’è la Tav, fossero amici giunti in visita. O comunque ospiti da rispettare. Alla faccia dei ragazzi in divisa che si sono fatti massacrare (oltre 200 i feriti e i contusi) e mai, neppure nei momenti più difficili, hanno reagito con quella forza che sarebbe insita nel loro ruolo. Colpisce infine l’assoluta mancanza di riflessione e di condanna per il vergognoso assalto di ieri. Meglio negare tutto e promettere di mettere a ferro a fuoco la valle, insensibili a qualunque mediazione. O al semplice buonsenso. Anche alle parole durissime del ministro degli Interni che paragona gli aggressori ai terroristi e chiede per loro l’incriminazione per tentato omicidio. La protesta, il dissenso, la contestazione sono un’altra cosa e rientrano nell’ambito della dialettica democratica. Qui si naviga a vista. Con i piedi già immersi nell’illegalità. Ma l’Italia non è la Grecia e i criminali con caschi e passamontagna non sono garibaldini, né partigiani. Qualcuno in valle dovrebbe rileggersi almeno la storia e sconfessare i cattivi maestri che li portano per mano.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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