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Il Borghese

Quell’effimero infinito

Tralasciando l’annosa questione sull’utilità o meno di un esame di maturità così strutturato, scansando anche le facili polemiche per le tracce scelte e per quelle cassate, gli argomenti proposti e quelli giubilati, non si può dare torto a chi sostiene che le prove d’italiano di quest’anno siano effettivamente di ampio respiro. Magari non saranno proprio così “nelle corde” di ogni studente, ma di certo offrono la possibilità di spaziare al di là degli spazi ristretti del programma ministeriale.

Mi piace cogliere, in questo scenario di banchi e thermos di caffè, frutta e dizionari, la presenza di due espressioni che, bene o male, quasi tutti siamo abituati a usare: «quarto d’ora di celebrità», «secolo breve». Due espressioni, appunto, che sono entrate da tempo nell’intercalare comune, ma di cui la gran parte delle persone ignora la paternità per così dire. Espressioni con un certo significato, soprattutto calate nel contesto pertinente, vedono spesso cambiare il proprio significato, o acquisire nuove sfumature, a seconda dell’interlocutore o dell’uso che se ne vuole fare. Basti pensare a «insostenibile leggerezza» – che da Kundera si era trasferito da tempo nelle canzoni di Venditti oppure in ogni altra cosa possibile parafrasi, parodia, rimando, eco – o alla «società liquida» di Zygmunt Bauman che ha generato una lunga teoria di “figli” e “figliastri”, non sempre con la pertinenza del caso.

Rimaniamo, allora, a ciò di cui conosciamo senso e sfumature. Il “quarto d’ora di celebrità”, che per Andy Warhol era più un paradosso che una profezia, rappresenterebbe da un lato la demitizzazione degli artisti e della stessa celebrità, e dall’altro l’apertura all’uomo comune, l’allargamento dell’orizzonte e via discorrendo. Oggi, di tutto questo, cosa resta? Non più un paradosso, ma un vero e proprio “sistema”, dove il quarto d’ora è ben lungi dall’essere effimero: anzi, a distanza di anni ancora si fanno feste in discoteca con illustri sconosciuti che hanno partecipato a qualche edizione di reality show. Il quarto d’ora è stato diluito, allungato, esasperato, un folle giro di giostra che si vorrebbe non finisse mai. Ma dove, in conclusione, ogni cosa altro non è che ripetizione, iterazione noiosa e la fama di cui si dà conto è spesso non per l’exploit artistico, bensì per la mancanza di qualsivoglia talento o utilità. Purché tutto sia esplicito, manifesto, urlato, esasperato, amplificato, urlato. Fino a perdere il significato originale.

andrea.monticone@cronacaqui.it

 

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