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Il Borghese

La zavorra criminale

In un Paese normale, di fronte a casi di emergenza abitativa le istituzioni farebbero il possibile e l’impossibile per bloccare degli sfratti o almeno trovare una soluzione per le famiglie in difficoltà. Nel nostro Paese, invece, il Comune di Torino blocca gli sfratti solo per non entrare in contrasto con i soli antagonisti, che quindi escono ancora una volta rafforzati nel confronto con le suddette istituzioni. Mentre in Tribunale le procedure di esecuzione immobiliare (leggasi pignoramenti) si accumulano al ritmo di 2.600 all’anno: nel 2010 sono state, tanto per dire, oltre 900 più che nell’anno precedente.

In un Paese normale, poi, la tutela del lavoro dovrebbe essere al primo posto dell’agenda della politica, soprattutto in tempi di crisi e recessione come questa. Invece scopriamo che, per sconfiggere un malcostume vergognoso come il lavoro nero, occorre prendere provvedimenti di natura penale, a dimostrazione che le norme del Codice civile e della materia sono palesemente insufficienti.

D’altra parte dietro il lavoro nero, lo sfruttamento dalla manovalanza e il cosiddetto caporalato si cela spesso la criminalità organizzata. Ce l’ha dimostrato anche l’inchiesta Minotauro come le cosche prosperino grazie alle intimidazioni e alle estorsioni finalizzate al business edile. Controlli, verifiche: nulla di tutto questo appare efficace, soprattutto perché (e le carte degli inquirenti paiono rendere lampante ciò che, in fondo, in tanti hanno sempre saputo) le “amicizie” sono ovunque. Senza tirare in ballo il voto di scambio, i favori di alti funzionari e del livello più alto delle gerarchie negli enti pubblici, è sufficiente un piccolo numero di impiegati disonesti per intralciare il già farraginoso funzionamento dell’apparato burocratico e far felice chi da queste mancanze trae vantaggi illeciti.

Tanto per dare una idea dei danni alla collettività, stando ai dati Censis citati dal procuratore capo Caselli, «gli zavorramenti della criminalità causano la perdita di 185mila posti di lavoro e di 7,5 miliardi di euro di ricchezza non prodotta». E a rimetterci sono i cittadini, che, come dice il procuratore, si trovano in condizioni di «sudditanza, anziché di cittadinanza». Sudditanza dei criminali, dei violenti, di chiunque si imponga in opposizione alle norme consolidate e alle istituzioni. Per le quali, in un Paese normale, queste sarebbero vere emergenze da affrontare. In un Paese normale, appunto.

andrea.monticone@cronacaqui.it

 

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