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Minacce, omicidi e voti di scambio: così le cosche comandano Torino

Entrare nel labirinto per affrontare il mostro e colpirlo a morte. Questo si proponevano gli investi­gatori e per questo l’operazione che ha portato a 149 arresti è stata battezzata “Minotauro”. La ‘ndranghe­ta è il Minotauro che si aggira nel labirinto delle connivenze e dell’omertà, dei rapporti di protezione e solidarietà, dell’ordine imposto con la forza, fino a far scorrere il sangue. E dal labirinto se ne esce in due soli modi: volando, come Icaro che però paga a caro prezzo tutto questo, o seguendo il filo di Arian­na come Teseo. Un filo che, per gli inquirenti, è rappresentato dalle dichiarazioni dei pentiti.
IL PENTITO
Ecco allora che, dopo la raffica di arresti, scorrendo le 2.500 pagine della monumentale ordinanza del gip Silvia Salvadori, possiamo vedere l’interno del labirinto. I capi, i “minotauri” hanno nomi e cognomi e fotografie, ora. I loro affari sono noti. I loro metodi, il loro codice. E, grazie a questo, ora si può anche immaginare come e dove voles­sero e potessero estendere il loro giro d’affari.
L’uomo “nuovo” al centro di tutto que­sto è Rocco Marando, non un affiliato di poco conto, ma uno dei capi della “locale” di Volpiano. È lui che, pen­tendosi, scegliendo di cambiare vita, dà la svolta a numerose indagini. È lui che consente di arrivare ai responsabi­li del triplice omicidio del 1997 Man­cuso- Stefanelli. Ora diventa impor­tante analizzare, tra le varie, una sua dichiarazione dell’aprile 2009, dove definisce così la ‘ndrangheta: « la società di occupa di risolvere i conflitti tra “famiglie”, di evitare che ci siano omicidi tra esponenti delle “famiglie “e di ripartire gli appalti ».

 

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