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Il Borghese

Altro che tangentopoli

Politica e criminalità. Voti e n’drangheta. Favori in cambio di poltrone. Spazzatura umana e galantuomini che si intrecciano inseguendo il potere. Quello politico e quello del denaro. Cerco, tra le carte che ingombrano le scrivanie della redazione, con la storia di questo Minotauro con le fauci aperte, per cercare una sensazione da descrivere. Una sensazione, prima dei fatti. Perché qui a Torino, nei dintorni, a Chivasso come nel Canavese, ci si conosce un po’ tutti. E certe notizie fanno male al cuore. Perché assomigliano ad un panno sporco che insozza l’argenteria del salotto buono. 191 indagati, 149 di questi tradotti in carcere, sequestri di beni e aziende per milioni di euro, nomi noti, come quello di Nevio Coral, che precipitano nel fango.

E non parliamo di tangenti, di consulenze, di contratti che pure solo pochi giorni orsono hanno occupato le prime pagine con lo scandalo sui pannoloni della sanità. Parliamo di associazione di stampo mafioso, con una Torino, la nostra nobile e amata Torino, che appare la succursale delle n’drine che dominano la Calabria. La sensazione è di sgomento, di rabbia. Anche di stupore. Giancarlo Caselli, magistrato di lungo corso e di solito misuratissimo, definisce lo spaccato che emerge dall’inchiesta (cinque anni di lavoro, pedinamenti, intercettazioni, migliaia di carabinieri impiegati) “una vergogna intollerabile nella città di Bruno Caccia, il magistrato ucciso dai mafiosi”. Forse, nonostante gli anni di mestiere, è sconvolto pure lui quando deve ammettere «l’amorevole intreccio tra criminalità e il mondo istituzionale», per spiegare poi che «nel dna delle mafie, quindi anche della ‘ndrangheta, c’è l’obiettivo di allacciare relazioni esterne allo scopo di guadagnare favori e coperture». Tanto da far supporre che la vicenda non finisca qui, anzi che oggi sia stato servito un antipasto, seppur copioso, ma pur sempre un antipasto. E che le portate amare siano altre ancora. Di più e di più. Perché è il quadro che emerge, dall’organizzazione degli uomini dell’ndrangheta, con i loro covi, i gradi degli adepti, i capi furbi che sapevano corteggiare gli uomini politici per vendere i voti delle loro schiere. Con il volto apparentemente pulito, tra le tartine e le bibite dei bar che controllavano, mentre i loro adepti facevano il lavoro sporco di sempre: la droga, le estorsioni, la compra vendita di armi. Persino gli omicidi. Viene la pella d’oca, ma l’inchiesta Minotauro è nata proprio da un omicidio, quello di un tal Giuseppe Donà, freddato per una partita di droga. C’è da chiedersi quanto valessero questi delinquenti che hanno insozzato, per l’ennesima volta, la politica che appare sempre più piccina, indifesa, fessa e prona di fronte a quei voti promessi che si comprano con soldi e altrettante promesse. L’inchiesta, anche se per i cronisti occorreranno giorni per avere un quadro complessivo, racconta gli approcci, i soldi, gli appalti, i favori. Ma deve anche dirci come costoro, gli uomini neri, intendo, potessero davvero condizionare a destra come a sinistra, una vittoria o una sconfitta elettorale. E quanto fossero in malafede vera i protagonisti che noi tutti, in una maniera o nell’altra, abbiamo conosciuto e magari anche apprezzato per quel che dicevano. Possibile, come dice l’ordinanza che «gli affiliati dell’ndrangheta siano in grado di pilotare consenso elettorale e ciò solo in funzione della forza di intimidazione e della condizione di assoggettamento e omertà derivante dal vincolo associativo?». I magistrati non hanno dubbi: tutto starebbe a dimostrare la volontà dell’ndrangheta di fagogitare i politici a caccia di voti, tessendo ragnatele che sembrano risparmiare ben pochi. La nausea sale, ma una domanda è lecita: come si fa, in una campagna elettorale, a dividere i buoni dai cattivi? A evitare le trappole, i brindisi con mani sporche di affari lerci, le offerte di aiuto accompagnate da un sorriso ingannevole? Le mele marce sono sempre lì, pronte ad infettare il cesto. E, tristemente, ci sono anche gli imbecilli. I creduloni. Gli ominicchi. E i quaquaraquà.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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