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Il Borghese

Ragazzi persi nelle città

Capita spesso che ci si interroghi su come potrebbe essere la vita in una piccola città, lontani dal caos di Torino o di Milano. Ci si interroga magari dopo aver visitato una qualche località di provincia, di quelle di cui si dice sempre «è a misura d’uomo». E vivere a “un’altra velocità” appare improvvisamente possibile, non solo desiderabile.

Quello che ci si può domandare, però, è se le nostre città, più che a misura d’uomo, siano a misura di bambino o di ragazzo. In poche parole: cosa offrono le nostre città ai ragazzi? Spazi verdi? Punti di aggregazione? Opportunità?

A questi interrogativi potrebbe rispondere in parte il rapporto realizzato per “Save the childrens”, dal quale emerge una fotografia abbastanza sconcertante: il 55% dei ragazzi tra i 6 e i 17 anni trascorre il tempo libero a casa propria o di amici e quello in compagnia dei genitori si trascorre andando a passeggio o al centro commerciale (40%); i genitori non controllano che cosa i figli guardano in tivù, ma quasi due su tre si preoccupano se stanno all’aperto. Le motivazioni? Paura degli sconosciuti (43%), timore del traffico (25%) , timore che si facciano male (25%) o che frequentino amici pericolosi (4%). Sarà per questo che ormai un bambino o un ragazzo su tre arrivano a scuola accompagnati in auto, con i genitori che sfidano doppie file e isole pedonali pur di scaricare il pargolo più vicino possibile al banco.

Quindi, tra le altre cose, Torino e Milano offrono questo a bambini e ragazzi: paura. Anzi, paure. Timori scaricati su di loro da genitori troppo ansiosi o troppo spaventati per educare realmente alla comprensione, all’individuazione dei veri pericoli, per tacere di valori e principi. Parchi e strade sono pericolosi. I centri commerciali, magari con il loro contorno di sale cinematografiche o di ristoranti, rappresentano un ambiente “filtrato”, con rischi ridotti al minimo, un sostituto di certi ambiti conviviali, un simulacro di famiglia persino. Territori neutri, anche, perché genitori separati possano incontrarsi per lo “scambio di ostaggi”, ossia il bambino che dopo aver trascorso la domenica con il genitore “soccombente”, a sera torna con quello affidatario. Da un certo punto di vista, ambienti neutri e timori esasperati rappresentano un alibi importante per genitori, istituzioni e persino per gli stessi ragazzi, che si sentono giustificati nel loro disinteresse e nel loro essere apatici. Ma le colpe, si sa, non sono tutte loro.

andrea.monticone@cronacaqui.it

 

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