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Il Borghese

Un sistema al collasso

Partite modeste, stadi da demolire, posti nelle coppe europee che svaniscono, spettacolo mediocre. E se a tutto questo aggiungiamo le intemperanze dei tifosi, le polemiche gratuite (quelle arbitrali, peraltro, favorite anche da una classe di giacchette nere non all’altezza…), i mal di pancia e i capricci dei viziati pedatori, come possiamo non dire che, a questo punto, il giocattolo si è rotto? Scommesse illegali, giocatori arrestati, minacciati o drogati: non è questo a far vacillare il sistema. Tutto questo è solo una piccola parte del problema. Quello che vacilla è un mondo dorato che, dietro gli stucchi, mostra muffa e crepe. E i miliardi che vengono movimentati, o di cui si parla con troppa facilità in tempi di calcio mercato, appaiono sempre di più fumo negli occhi.

Per avere una idea del collasso cui pare avviato il calcio italiano è sufficiente analizzare il ReportCalcio 2011 realizzato dal centro studi della Ficg e di cui rende conto il Sole-24Ore. Nel giro di appena tre stagioni, A, B, Lega Pro hanno fatto segnare perdite secche per un miliardo di euro. Nonostante i pensieri di certi signori del pallone, o di miseri speculatori, le società sportive non sono più un affare redditizio. I costi superano ormai i ricavi e questi ultimi, che sono comunque un giro d’affari di oltre due miliardi e mezzo di euro, non possono crescere ulteriormente, a meno che le squadre non si dotino di stadi di proprietà (la Juve è la prima, Inter e Milan vogliono seguire questa strada), ma appare una soluzione riservata solo ai club più abbienti.

Tutti gli altri, anche quelli meno favoriti dai diritti televisivi, devono fare i conti con quello che per altre aziende è la normalità: il costo del lavoro. Gli ingaggi dei calciatori pesano per 1,5 miliardi di euro e il costo del lavoro in serie A è, infatti, il più alto fra le top league europee. Ingaggi e ammortamenti assorbono il 72% del fatturato, al netto delle plusvalenze del calciomercato. Mentre tra i ricavi, la parte del leone la giocano i diritti televisivi: oltre i due terzi. Una anomalia esclusivamente italiana. Come al solito viene facile guardare ai nostri vicini, nello specifico ai maestri di Albione: la Premier League inglese, che pure è costellata di club indebitati e parecchi a un passo dal fallimento, su un fatturato di 2,4 miliardi di euro incassa solo il 50 per cento dei diritti tv. Tutto il resto (esclusi munifici sceicchi) deve venire dalla gestione di stadi di proprietà e del merchandising.

Ciò che soffoca il nostro mondo del pallone, alla fine, è il suo stesso gigantismo: debiti che aumentano in maniera esponenziale (in A sono saliti tra il 2008 e il 2010 da 1,9 a 2,3 miliardi, mentre in B sono passati da 367 a 358 milioni) e troppe società professionisti, ben 132 società, ossia il triplo di Francia e Spagna. Eppure ogni anno decine di club spariscono dalla mappa del calcio e centinaia di giocatori al minimo contrattuale rimangono a spasso. E per loro non valgono certo a consolazione i portafogli gonfi o i ricchi contratti con le emittenti televisive per fare reality o donarci noiose banalità nei programmi sportivi. Il nuovo scandalo che sta montando non è la malattia, ma solo uno dei sintomi. E la cura è una sola: un vero “anno zero” del mondo del pallone, tutto resettato, tutto che parte da capo. Quello che si sarebbe potuto fare ai tempi di Calciopoli, ma si perse l’occasione.

andrea.monticone@cronacaqui.it

 

 

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