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Il Borghese

Mercanti di uomini

Il sospetto più grande, esternato neppure troppo tempo fa, è che la miriade di profughi lanciata, letteralmente, dalle coste libiche alla volta dell’Italia potesse celare una minaccia. C’era chi temeva che tra i migranti potessero nascondersi terroristi, criminali in fuga e via discorrendo. Da più fronti si era levato il timore che i profughi potessero essere l’arma in più di Gheddafi, sorte di “scudi umani” da lanciare contro l’Italia e l’Occidente, come una forma di “ricatto”. Proprio alla stregua di quanto affermato a suo tempo dal colonnello: datemi dei denari e io vi fermo l’avanzata dei clandestini. Un po’ come nell’accordo con l’Italia, che per qualche tempo aveva funzionato. D’altra parte non scopriamo oggi che la Libia è tra i “movimentatori” – o comunque tra i beneficiari – del traffico di esseri umani dal Corno d’Africa.

Ora certi sospetti si sono fatti più pesanti. Le rotte della disperazione dei profughi non potrebbero rappresentare nuovi canali per le organizzazioni criminali? Una Ong umanitaria, tempo addietro, aveva adombrato la responsabilità di Hamas dietro un traffico di profughi in Africa che sarebbe servito a finanziare la causa islamica. E dietro i profughi che giungono in Italia e in Europa cosa può celarsi?

Da mesi la Direzione nazionale antimafia ha lanciato il suo allarme: occorre vigilare sul traffico di esseri umani, un crimine relativamente “nuovo” per il nostro Paese e in continua mutazione, dunque le varie Direzioni distrettuali sul territorio sono state «sensibilizzate» a identificare gli «indicatori della tratta», ossia quelle circostanze, quegli elementi che permettano di accertare che un traffico di droga, una organizzazione per lo sfruttamento della prostituzione siano in realtà business correlati allo schiavismo moderno.

Già perché la manovalanza per questi loschi affari non passa solo attraverso la cooptazione dei disperati: esiste un vero e proprio reclutamento, un mercato. Interi villaggi in Africa cedono le loro fanciulle agli schiavisti, magari in cambio del condono di un debito. E per la stessa ragione altri individui sono costretti a lavorare per i criminali delle gang che spadroneggiano nelle nostre città. Un complicato rapporto vittima-sfruttatore che non è semplice sondare né riconoscere immediatamente. Così come arduo è sempre stato individuare un collegamento diretto tra le bande sul nostro territorio e i trafficanti del Corno d’Africa: una realtà che tutti conoscono da tempo, ma che è difficile sviscerare. Per questo, come nell’indagine chiusa l’altro giorno a Novara e seguita dalla Dda di Torino, il minimo indizio dietro una storia di apparente “normalità criminale” può svelare i contorni di un business ben più grande. Smascherato il quale, allora, anche il resto dello scenario diventa più chiaro. E le vittime possono ottenere il sacrosanto aiuto, senza timore di beneficiare anche i carnefici.

andrea.monticone@cronacaqui.it

 

 

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