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Spettacolo

Joaquin Cortes: «Ho un grande sogno: esibirmi alla Scala»

La prossima tournée inter­nazionale di “Calè”, l’ulti­mo show di Joaquin Cor­tes, partirà in autunno da Mila­no. E se non è ancora chiaro quale teatro accoglierà il celeber­rimo ballerino, lui intanto sogna in grande: «Dopo aver danzato in passato al Teatro Smeraldo, al Castello Sforzesco e agli Arcim­boldi, mi piacerebbe esibirmi al­la Scala, il tempio dell’opera e del ballo. Sarebbe interessante, anche per il contrasto tra un teatro così classico e il mio fla­menco notoriamente sperimen­tale ». Per conoscerlo meglio, lo abbiamo incontrato all’Hotel Se­ven Star Galleria in occasione della premiazione da parte di Alessandro Morelli per la sua eccellenza nella danza. L’asses­sore al Turismo, Marketing e Identità gli ha regalato una borsa ricolma di gadget firmati “Brand Milano”, come il porta iPad a tracolla di Tucano o il Panettone Milano by Loison, realizzati allo scopo di creare nel mondo inte­resse verso la nostra città.
Cosa dobbiamo aspettarci da “Calè”?
«Uno spettacolo di un’ora e qua­ranta composto da sette numeri, due dei quali sono solo musicali, un altro è una coreografia del corpo di ballo e gli altri quattro numeri sono miei assoli».
Ha sempre desiderato fare il ballerino?
«Sì, era il mio sogno fin da piccolo, probabilmente influen­zato da mio zio, che era ballerino di flamenco. Non a caso ho co­minciato la scuola a 12 anni».
Quali rinunce ha dovuto af­frontare per arrivare dove è arrivato?
«Nessuna. Ho vissuto un’infan ­zia bellissima, sono cresciuto in una famiglia che apprezzava il ballo ed ero circondato da tanti amici».
E a tavola?
«Neppure. Ho un metabolismo veloce che mi permette di man­giare quello che voglio. Ho appe­na finito di pranzare con un piatto di gnocchi e una cotoletta alla milanese».
E nella vita privata?
«Inevitabilmente. La danza è il centro della mia vita e spesso ho dovuto sacrificare l’amore. Ma non mi pento perché vivo la vita che ho scelto di vivere».
La maggiore soddisfazione che ha ricevuto nella sua car­riera?
«Due anni fa sono stato nominato Artist for Peace dall’Unesco. Lo ritengo un grande r ic on os ci me nt o per i miei 30 anni di carriera come ballerino e per i miei 20 anni co­me coreografo».
Che cos’è il fla­menco per lei?
«Il flamenco è come fare l’amore. Non si fa mai nello stesso modo due volte. È una danza d’amore, di passione e di libertà. Elementi che sono alla base dell’anima gitana, in cui tanto mi ricono­sco ».
L’abbiamo vista anche recitare per il grande schermo… «Sì, ma non mi ritengo un bravo attore, anche se mi piace mol­to ».
Che ruolo vorrebbe interpreta­re un giorno?
«Mi piacerebbe recitare in un
film in costume».
È uno dei sex symbol della danza, che rapporto ha con il suo corpo?
«Buono».
Ma si considera bello?
«No, per nulla. Sono il brutto anatroccolo della famiglia. Quando mi guardo allo specchio mi trovo un uomo normale».

 

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