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Omicidio Carmela Rea, la testimone torinese: «Non è stato il marito ad ucciderla»

 C’è un uomo su cui ricadono sospetti, c’è un ambiente che viene indicato come quello da dove sarebbero partiti i killer di una donna: Carmela Rea, detta Melania, 29 anni, la giovane mamma di Ascoli Piceno, trovata cadavere in un bosco. Uccisa a coltellate, il suo corpo sfregiato con il coltello; la mano assassina ha inciso svastiche sulla pelle e conficcato una siringa nel petto. Salvatore Parolisi, il marito di trent’anni, caporalmaggiore scelto, istruttore di soldatesse nella vicina caserma del “253° Reggimento Piceno” dovrà ancora spiegare molte cose ai magistrati perché, finora, i suoi racconti non hanno convinto.
Testimone chiave e spontanea della vicenda è una giovane ventitreenne torinese, Krizia Sar­della, che di quel reggimento ha fatto parte, proprio agli ordini diretti di Parolisi. Krizia si è congedata ed ora lavora come cameriera in un bar: «Ho fatto quel corso solo perché ciò mi garantisce un punteggio maggiore per parteci­pare ai concorsi da carabiniere o agente di custodia». Insomma, un passaggio obbligato. Ma non è stata obbligata, la sera scorsa, ad alzare il telefono e a chiamare la trasmissione di RaiTre “Chi l’ha visto” per una difesa d’uffi­cio, sua e di alcune ex commilitone, di Parolisi: «Lo abbiamo fatto spontaneamente, senza se­condi fini – dice Krizia -. Da questa storia non vogliamo guadagnarci nulla. Voglio soltanto dire a tutti che persona è Salvatore Parolisi». L’enigmatico marito di Melania: «Stento anche a credere che durante il matrimonio lui possa aver avuto rapporti con delle soldatesse. Nei tre mesi nei quali è stato mio istruttore mi si è sempre rivolto usando il “lei”, corretto non solo con me, ma con tutte le mie colleghe. Nessuna smanceria, mai».
Tutte sapevano che era un uomo sposato: «Sì, sapevamo anche dove era stato in viaggio di nozze, se ne era parlato una volta, unica ecce­zione alla riservatezza. E se lui si è sempre comportato con correttezza, lo stesso ho fatto io e così le mie compagne».
Soldatesse – riportano le cronache recenti – che escono di caserma, utilizzano mezzi dell’eser­cito per andare e venire dalla “collina degli orrori”, il sospetto di un losco giro di prostitu­zione: «Non lo credo possibile – sottolinea Krizia -, durante il mio corso non sarebbe stato possibile e non vedo come le cose possano essere cambiate. Nessuna di noi si è mai fatta illusioni di sorta su Parolisi, la sera eravamo così stanche che non vedevamo l’ora di cori­carci. Non è giusto mettere in croce un uomo così, non è giusto diffamare un reggimento come il “253°”». Terminata la pausa di lavoro, Krizia torna al bar, ma sogna di indossare una divisa, «Sono cresciuta in una caserma di Tori­no (mio papà faceva il barbiere dei carabinieri), lì c’è tutta la mia vita».

 bardesono@cronacaqui.it

 

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