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Il Borghese

Croci impolverate

Ci abbiamo convissuto tutta la vita. Andando a scuola, frequentando gli uffici pubblici, passeggiando per le strade della nostra città, ritirandoci a casa la sera. E ci conviveranno anche i nostri figli, e temiamo anche i nostri nipoti. Parliamo di amianto, la polvere malefica e invisibile che attacca i polmoni, corrode, li divora da dentro. E provoca l’asbestosi, il carcinoma polmonare, il mesotelioma. Per capire di cosa parliamo ci sono due strade: leggere il numero delle croci che costellano la storia dell’uomo che ha vissuto a contatto con le lavorazioni e il prodotto finito, oppure il numero dei fabbricati pubblici e privati che ancora  nascondono la trappola di quello che, a metà novecento, sembrava la nuova frontiera dei materiali per l’edilizia. In ogni caso, la matematica non mente: sono 9.166 i casi di mesotelioma segnalati fino a oggi nel registro nazionale, a cui si sommano 1.200 nuove diagnosi ogni anno. E, solo per citare il Piemonte, sono 12mila gli edifici pubblici potenzialmente a rischio, di cui 4mila scuole, 8mila strutture tra ospedali e strutture comunali non ancora bonificati. Nel frattempo, resta un mistero il numero di edifici privati contaminati. In questo contesto si colloca il processo Eternit, che riprenderà a giugno con le richieste della pubblica accusa rappresentata da Raffaele Guariniello e dai suoi sostituti Sara Panelli e Gianfranco Colace. Un processo fiume che a suo modo è un processo simbolo. Non come Thyssen, dove è stato accertato il dolo. Piuttosto, a finire sul banco degli imputati è un’intera stagione dell’industria, quella della cieca fedeltà al progresso indifferente al prezzo che l’uomo doveva pagare per procurare profitto. Il tragico in questa vicenda è che la bomba silenziosa non può essere disinnescata. O almeno non oggi, non domani. Né e soprattutto per quelli che la bomba l’hanno respirata, magari inconsapevolmente. Dicono gli esperti, i medici e gli studiosi che fino al 2020 si continuerà a morire di amianto. E che non c’è vaccino, cura preventiva, né barriera da erigere contro il veleno che grava sulle nostre città. Certo una cura ci sarebbe stata, al tempo. Ma si sarebbe dovuto agire subito, magari sacrificando una parte del profitto che era motore immobile di quella stagione industriale. O dopo, mettendo sul piatto finanziamenti adeguati ad una bonifica sistematica che ancora langue per via, si sa, dei soldi pubblici che sono sempre di meno. Nel segno del “non faccio oggi tanto andrà bene domani” la bonifica è poco meno che casuale, o figlia di denunce pressanti, contestazioni o, semplicemente, crolli e ristrutturazioni imposte dal progredire e dal mutare delle città. Nulla di sistematico e forse questo, al di là dei numeri che sono da bollettino di guerra, è il vero scandalo. Quello che ci fa dire che l’emergenza amianto continuerà ancora per decenni e che non sarà una sentenza, quella del processo in sonno, a cambiare il corso delle cose, né il destino di chi le fibre di asbesto le porta con sé ogni giorno, conficcate nei propri polmoni. Qui sta la differenza con Thyssen che ha imposto nuove regole e una nuova sensibilità collettiva per la sicurezza sui luoghi di lavoro. Per Eternit sarà una sentenza, punto. Assolutoria o punitiva che sia non cambierà le cose. Resteranno sole croci. Quelle di ieri, di oggi. E di domani.
beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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