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Il Borghese

Una terra, una dinastia

Ci sono legami di cui si comprende la portata solo nel momento estremo, magari a funerali avvenuti. Pensiamo, per esempio, a quelle migliaia di torinesi che si erano messi in fila al Lingotto per accedere alla camera ardente dell’Avvocato: in migliaia a percorrere la rampa elicoidale per l’ultimo saluto a colui che prima di tutto era un simbolo, un elemento della mitologia stessa della città. E prima, la stessa città aveva pianto sinceramente, unita, per la scomparsa dell’erede designato, Giovannino. E poi era rimasta sconvolta e sconcertata dalla fine troppo assurda e misteriosa di Edoardo. Capita con le dinastie.
Capita che il popolo ne segua e ne recepisca umori e vicissitudini (e se non ci credete basta che pensiate a quante persone sono già in attesa in strada del matrimonio tra il giovane principe d’Inghilterra e la sua futura regina) come parte integrante del proprio essere comunità. Come, per l’appunto, se la persona cessasse di essere tale per essere inquadrata soltanto nell’ambito di questa mitologia di figura, industriale o politica che sia. Il segnale, in quelle situazioni ma anche in molte altre, dell’intenso legame che esisteva tra Torino e gli Agnelli. Dei quali si diceva che rappresentassero l’autentica Casa regnante d’Italia, una sorta di “monarchia laica”, di aristocrazia senza titolo e senza blasone, della quale piangere i lutti e celebrare le gioie, condividere (per quanto possibile e illusorio) le medesime passioni (per esempio la Juve o la Ferrari) oppure da maledire senza ritegno, da eleggere a nemico unico nei momenti di crisi, di disoccupazione e via discorrendo. Tra nubi e raggi di sole, luci e ombre, Torino e gli Agnelli queste fasi le hanno vissute tutte. Eppure sono rimasti sempre insieme.
Di certo anche ad Alba avranno vissuto qualcosa di simile. E ieri erano a migliaia in coda (e non mancavano sottosegretari, candidati sindaci, primi cittadini con tanto di fascia tricolore e, come si diceva un tempo, «autorità civili e militari») per l’estremo omaggio a Pietro Ferrero, l’erede della dinastia che ha cambiato un paese, il simbolo di una certa maniera tutta piemontese di fare impresa. Ore di coda per un gesto di affetto, forse anche di gratitudine, di vicinanza. Un modo di testimoniare come forte può essere il legame tra una comunità e le sue realtà produttive. E come spezzarlo rappresenti un grave rischio. E giova ricordarlo, anche in tempi di economia globale e di “società liquida”.
andrea.monticone@cronacaqui.it

 

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