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Il Borghese

Che affare gli anziani!

Si chiamava «L’età della gioia», prima ancora «La casa di Cavour». E adesso è diventata «La casa Augusta». Ma non aspettatevi un museo, da questo racconto, e neppure un castello delle fiabe. Perché chiamarlo ricovero, questo cascinale perso nelle campagne di Cavour, più esattamente in frazione Zucchea, è già un encomio. Immeritato. Lo abbiamo scoperto come al solito all’italiana, dopo la denuncia di un’infermiera sconvolta dalle condizioni in cui versavano gli ospiti (paganti). Ma sappiamo che c’è stata un’ispezione dei carabinieri dei Nas in questi giorni e che la vicenda sta arrivando sui banchi del consiglio regionale del Piemonte.
Lassù, tra i campi verdissimi, gli orti e gli alberi in fiore c’è un mondo di anziani e di disabili, un mondo di quelli che non si vorrebbe vedere mai. Un mondo con una cornice perfetta e un dipinto a tinte fosche dove si celebra il business sulle persone sole e avanti negli anni, ma capaci (loro o i famigliari) comunque di pagare una retta che equivale, tanto per capirci, ad un qualsiasi stipendio che si racimola in fabbrica. Ma dire retta, secondo le regole di “casa Augusta”, è improprio. Il professore che l’ha creata preferisce definirla «quota di partecipazione». Già perché gli anziani non sono ospiti, ma inquilini, para-soci, semi-residenti. C’è lo statuto di questa “casa-associazione” che ufficialmente si occupa di «solidarietà sociale dei membri per migliorare la qualità di vita di anziani come elementi pienamente presenti nel tessuto sociale», a trasformare il business in un’opera pia. Ovviamente senza fini di lucro. Ma il condominio che si potrebbe immaginare popolato di persone arzille che si aiutano vicendevolmente, occupandosi della cucina, del giardino, della spesa e della cucina, che si riuniscono alla sera per sentire musica o vedere la tivù, resta nel cassetto dei sogni. Il condomino è solo un paziente. Di nome e di fatto. Perché ci vuole tanta pazienza, o meglio rassegnazione e oltre, per accettare lo statuto di “casa Augusta”. Noi ne abbiamo viste di ogni, arrivando lì insalutati ospiti: cacche nei letti, disabili bloccati dai gradini, senza via d’uscita, bagni in condizioni disastrose, disordine. Ma soprattutto persone in stato di torpore, o abbandonate a se stesse in una sala che, nel progetto di condominio, dovrebbe essere il cuore pulsante della comunità. Ovviamente di giardini e bibliotecari, neppure l’ombra. resta la retta “associativa” di mille euro e più. Meglio se di più, è ovvio – e pure prescritto – nella logica del “senza fine di lucro”. Avrete capito che in questo racconto, pur senza scivolare in chissà quali violenze e turpidunini, si celebra il sistema delle “case di riposo ombra”, di quelle strutture – e sono tantissime e ben dissimulate sul territorio nazionale – dove l’anziano solo ma con qualche soldino garantito dai risparmi e dalla pensione, diventa l’oggetto di un colossale giro d’affari dove servizi sociali, sanitari e calore umano restano fuori dalla porta. Come pure il fisco escluso da quella formuletta “senza fini di lucro” che consente agli abili padroni di casa di intascare tutto. E pure di più, semmai al vecchietto solo venisse ispirato il concetto della donazione post mortem. Un quadro fosco, dicevamo. Ancora più fosco perché, non scivolando nell’abbandono e nelle sevizie e vere e proprie, finisce per galleggiare in questa società dove l’anziano è un peso per i famigliari, per le strutture pubbliche, insomma per la società. E dunque deve essere parcheggiato. A prescindere appunto «dal condominio».
fossati@cronacaqui.it

 

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