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Spettacolo

Il ritorno di Vasco Rossi con “Vivere o niente”: “La fede è solo una grande illusione”

«L’artista è sempre in fuga dai posti di blocco dell’omologazione » . Vas co Rossi spiega così il piccolo film foto­grafico che accompagna il nuovo album “Vivere o niente”, un tripudio di chitarre rock e testi viscerali che uscirà il 29 marzo e in giugno darà vita a 4 concerti a San Siro già vicini al tutto esaurito. Camicia bianca e cravatta nera trasandata, senza il cappel­lo a coprire la fronte sempre più spaziosa («Un cappello da combattente. Serviva solo a trattenere il sudore nei live»), il Blasco è ritratto come un fuggitivo, ma la sua è una fuga in avanti. «Scappo perché l’artista deve vivere in clandestinità se vuole essere onesto, sincero e indipenden­te ».
L’onestà di Vasco si manifesta già nel primo verso della prima canzone “Vivere non è facile”, nel quale afferma “le mie scuse ormai mi annoiano”. Nella successi­va “Manifesto futurista della nuova uma­nità” smonta l’alibi di un Creatore respon­sabile delle nostre azioni. «L’uomo nuovo pone la scienza al posto delle certezze assolute delle antiche religioni e delle vecchie filosofie. La scienza ha dimostrato che tutto evolve e le sue dimostrazioni sono valide… fino a prova contraria. Io rispetto chi crede, ma la natura nasce da sola e la fede è una grande illusione. La vita non l’ha creata nessuno, altrimenti bisognerebbe dargli degli schiaffi per co­me l’ha fatta, perché avrebbe potuto farla molto meglio».
Avere maggior rispetto per se stessi. Se­condo il rocker di Zocca è questo il primo comandamento a cui dovrebbe obbedire ogni individuo. «Era bello pensare al de­monio come un’entità esterna a noi, inve­ce è il nostro lato oscuro: dobbiamo vivere con più coraggio, assumendoci le nostre responsabilità. Essere consapevoli che la vita non è un dono non significa rispettar­la meno».
Vasco dice di non aver paura, anche se… «Mi sveglio sempre pieno di pensieri e sono meno sereno di ieri; ma la paura passa appena inizia il viaggio. Si ha paura del fantasma della realtà, di quel che potrebbe accadere, perché poi è proprio la realtà a coinvolgerti così tanto da non lasciarti il tempo di spaventarti». Spiega che «i testi mi vengono solo quando sono disperato», ma rifiuta l’etichetta di pessi­mista. «Io penso sempre al peggio, così quel che arriva può essere solo meglio».
La sua è da sempre una “vita spericolata”. Nel singolo “Eh… Già” c’è tutto lo spirito di rivalsa di chi ancora oggi polverizza in poche ore i biglietti per 4 concerti a San Siro. «Sembrava la fine del mondo, invece sono ancora qua. Alla faccia di chi mi sputava addosso negli Anni 80». Poi si stupisce di essere così longevo. «Ho sem­pre scritto le mie canzoni pensando che non sarei vissuto a lungo, altrimenti non sarei stato così onesto e sincero». E riven­dica il diritto di essere l’unico responsabi­le della propria esistenza. «Non ne ho ancora abbastanza della vita, ma difendo la mia dignità di uomo e voglio scegliere io quando porre fine a questa straordinaria esperienza».
Vasco Rossi non si occupa di politica («Bisogna farla nei luoghi deputati, perché parlarne al bar serve poco») ma non na­sconde che « Gheddafi non mi è mai stato simpatico: se il suo popolo ha deciso che se ne vada…». Alla domanda se gli interes­si del presidente francese Sarkozy coinci­dono con quelli dei libici, ribadisce che «è tutta questione di petrolio. Sappiamo che tutto è mosso dall’avidità». Infine un pare­re sulla tragedia in Giappone e gli scandali del governo italiano. «L’uomo nuovo del mio manifesto futurista non pensa che lo tsunami sia il volere di Dio. Anche Berlu­sconi non è una punizione divina, ma una realtà politica che esiste».

 

 

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