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La tecnica “a spadaccino” in sala operatoria. Foro di un centimetro per asportare una cisti

Sembra uno spadaccino, in­vece è un chirurgo che in sala operatoria, con una sola mano, afferra uno strumento e lo fa passare in una fessura incisa sull’addome del paziente. Fes­sura ampia solo un centimetro e tenuta aperta da un mini-om­brellino che si apre nella pan­cia. Il tutto, per asportare una cisti renale.
È la nuova tecnica laparoscopi­ca messa in campo all’ospedale Molinette, chiamata appunto “a spadaccino”. Il metodo è stato usato fino ad ora su tre pazienti per asportare cisti renali. Ma le premesse ci sono tutte perché la tecnica venga impiegata per asportare anche i tumori renali. L’inventore è l’urologo Lorenzo Repetto, il primo urologo italia­no ad aver eseguito il trapianto di rene da vivente per laparo­scopia.
La novità è il foro di un solo centimetro, anziché di quattro, che viene praticato sull’addo ­me. Dentro si inseriscono stru­menti di pochi millimetri di diametro che fanno il resto, gra­zie alla mano del chirurgo che li muove agile, come fa uno spa­daccino quando impugna la spada. Due operatori si muovo­no intorno al mini-foro incro­ciando gli strumenti ottici ed operatori.
«Si tratta di una nuova evolu­zione della laparoscopia, sem­pre più e favore del paziente ­spiega Lorenzo Repetto -. Fino a 15 anni fa per operare il rene si doveva praticare un taglio di 45 centimetri sull’addome, ora ba­sta un buchino».

 
L’articolo di Liliana Carbone su CronacaQui in edicola

 

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