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Van De Sfroos: «Canto l’amore a modo mio. Orgoglioso di essere italiano»

È tornato da Sanremo carico di gloria per l’esaltante quarto posto con “Yanez”; che nel televoto si è classificato terzo. Davide Van De Sfroos, che il 27 marzo sarà in concerto al Teatro Smeraldo, ha reso nazional-popolare il dialetto dei “laghée” della Tremezzina, una piccola striscia di terra sulla sponda ovest del Lago di Como. E proprio in una villa affacciata sulle acque lariane, ieri ha presentato il nuovo album “Yanez”: 15 canzoni inedite che hanno come filo conduttore l’amore, un tema quasi mai affrontato dal cantautore nato a Monza e cresciuto a Mezzegra. «Ho uno spirito da antropologo e preferisco mettere portare alla luce l’umanità di persone che normalmente non sono sotto i riflettori. Invece “Yanez” è un totem di ciò che è romantico: amori anche estremi, sbagliati e sballati».

Sono quasi tutti sentimenti tormentati…
«Non canto l’amore da frasi nei cioccolatini, ma il mio personale “Sturm und Drang” del romanticismo. “El pass del gatt” è una storia d’amore fra una donna sfigurata uscita di prigione e un nano. “La figlia del tenente” è una visione laghée di “Giulietta e Romeo”. “Maria” è il contraltare di “Bocca di rosa” di Fabrizio De André come “Sciur capitan” lo era di “La guerra di Piero”. L’album “Yanez” vuole essere un piccolo sortilegio per arrivare al cuore di chi ascolta: a volte tocco nervi scoperti, ma non è un disco depressivo perché esalta comunque l’amore».

La scintilla che ha dato vita al disco è la ballata “Dona lüseerta”…
«Non ho avuto nessuna esternazione forte dopo la nascita di mia figlia e la scomparsa di mio padre. Quando ho cantato questa canzone ho pianto finalmente dopo 6 mesi. Questa traccia è il prodomo di un album intriso di emozioni autentiche, che proprio per la loro sincerità non possono trascendere dal ricordo di mio padre. Ogni riga delle 15 canzoni è vagamente esoterica: nel brano “Il camionista Ghost Rider” vengono citati apertamente Woody Guthrie, Johnny Cash, Robert Johnson e Jimi Hendrix, che sono punti cardinali della mia ricerca musicale tra folk, country, blues e rock’n’roll; ma in tutto il disco ci sono tanti riferimenti occulti divertenti da scoprire per neofiti o appassionati di rock».

Il brano “Long John Xanax” svela un passato da “nerd” del giovane Davide Bernasconi…
«Al confronto Woody Allen era Rambo: mi veniva la dissenteria solo annunciando i numeri della tombola. Da ragazzo ero considerato lo scemo del villaggio perché vivevo fuori dagli schemi: quando arrivavo io c’era un fuggi fuggi generale delle ragazze venute da Milano. Invece sul palco sono sereno e senza ansie».

Come autore ha pubblicato anche un romanzo, una raccolta di poesie e una di novelle. Quali sono i prossimi progetti?
«Volevo incidere un disco di cover intitolato “Ladru” nel quale tradurre classici di cantautori come Bob Dylan, ma ho accantonato il progetto perché è troppo complicato avere i diritti. Ho anche l’idea di un libro fotografico: un mio diario di viaggio raccontato attraverso le immagini».

Nel nuovo singolo “Dove non basta il mare”, in radio da aprile, canta in italiano, ma ospita quattro voci di altrettanti dialetti…
«Sono affascinato dalle realtà linguistiche che compongono il mosaico dei vernacoli italiani, quindi ho invitato gli amici Luigi Maieron, Patrizia Laquidara, Beppe Voltarelli e Roberta Carreri a cantare rispettivamente in friulano, siciliano, calabrese e pure greco. Basta un minimo sforzo per comprendersi anche parlando dialetti diversi; ma purtroppo non esiste la cultura del dialetto scritto e leggo strafalcioni».

Dialetti differenti per un’unica Patria. Quanto è importante celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia?
«Molto. Io domani sera sarò a Torino sul palco con Roberto Vecchioni e Pino Daniele. E il 17 marzo festeggerò nel ricordo dei miei familiari che hanno combattuto tante battaglie nel nome dell’Italia: ho parenti che sono stati prigionieri in Germania o sono tornati a piedi dalla Polonia. Io mi sento italiano di un’Italia tutta intera, anche se oggi mi fa paura sul piano politico e sociale: siamo tornati agli anni di piombo, che erano anche anni di merda perché tutti gli schieramenti ragionavano con le spranghe e i manganelli. Comunque sono orgoglioso di essere italiano, perché non frequento Montecitorio bensì i bar e vedo un’Italia sorretta da persone per bene».

Luca Benedetti

 

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