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Il Borghese

Innocenza sacrificata

Yara «è morta per proteggere la sua castità. È come Maria Goretti uccisa agli inizi del Novecento a soli undici anni, durante un tentativo di violenza. È una santa». Lo ha detto il parroco di Brembate Sopra, don Corinno Scotti durante una messa. E allora il sacerdote non poteva certo immaginare quanto le indagini avrebbero svelato nei giorni successivi, man mano che dall’istituto di medicina legale venivano alla luce i particolari macabri della sua uccisione. Quella manciata d’erba stretta nella sua mano, ad indicare l’estrema resistenza di fronte ai suoi persecutori e poi i segni delle ferite, così netti, precisi, inconsueti da far pensare ad un macabro rituale.

Troppo in un mistero infinito come quello che avvolge la scomparsa e la tragica fine di una bambina che divideva le sue giornate in un triangolo piccino piccino che racchiudeva la famiglia, la scuola e la palestra. Una bimba senza segreti e senza voglie inconfessabili. Tanto che la sua purezza in qualche maniera ha ingarbugliato le piste degli investigatori. Non c’era un filarino da interrogare, un gruppo di amici che potevano essere a conoscenza di qualche segreto da adolescente, un sospetto qualunque a cui aggrapparsi. In fondo il parroco con quella sua definizione «Yara è una santa» ha trasferito al mondo una definizione che ci è famigliare: che abbiamo sentito pronunciare verso una pia donna, una madre dedita ai figli, una nonna amorevole. O una bambina. C’è un po’ della nostra tradizione, della schiettezza della campagna, dei valori antichi in queste parole. E, seppure in senso lato, Yara era davvero una santa. O per lo meno era ancora una bambina, il che tutto sommato è la stessa cosa. Di qui, forse, nasce l’ultima pista sulla sua uccisione.

La pista più sconvolgente: quella della setta satanica, o comunque di un rituale perverso e macabro inscenato attorno ad una vergine da sacrificare. Non siamo esperti in materia e dunque non sappiamo che dire di fronte a queste affermazioni. Né sappiamo interpretare le logiche che gli studiosi di simbologia attribuiscono alla data della sua scomparsa, il 26 novembre e a quella del suo ritrovamento, il 26 febbraio, come se tutto fosse stato calcolato, deciso a tavolino. Così come non possiamo far altro che registrare la stranezza di quella “X” disegnata sulla sua schiena con una lama tagliente. Il simbolo che potrebbe far pensare proprio ad un abuso legato ai riti esoterici e alle sette sataniche. Così come non possiamo scacciare dalla nostra mente un sospetto terribile: quello che di fronte ad indagini zoppicanti, incerte, strampalate, persino dilettantesche, oggi si ricorra pure al maligno per giustificare una tragedia che ha pochi precedenti. E che, qualunque sia la realtà dei fatti, è stato compiuto da qualcuno che conosceva quella bimba. Qualcuno che viveva accanto a lei, che percorreva quelle strade e, forse, conosceva la sua famiglia. Qualcuno che deve pagare per il male assoluto che ha compiuto.

beppe.fossati@cronacaqui.it 

 

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