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Il Borghese

Prima di tutto, la certezza della pena

Il Consiglio dei ministri ha dato il suo via libera al Ddl costituzionale di riforma della Giustizia. Il primo passo verso “la rivoluzione della bilancia” come ha sintetizzato il presidente del Consiglio Berlusconi, mostrando un disegno in cui si raffigurano due bilance: nella prima uno dei due piatti prevale perché vi si trovano sia il pm sia il giudice, mentre sull’altro c’è solo l’avvocato della difesa; nella seconda, il giudice sta sul perno centrale e i due piatti sono equilibrati con il pm da una parte e la difesa dall’altra. In realtà il cittadino qualunque la immagina proprio così, la bilancia della giustizia: il giudice nel mezzo, esperto e imparziale, l’accusa e la difesa contrapposte in piena lealtà, per garantire all’imputato – chiunque egli sia – un equo processo.
In sintesi: giustizia. Ma soprattutto il cittadino dovrebbe esigere che il processo che lo riguarda venga svolto in tempi brevi, con mezzi efficaci, senza storture, ritardi, continue dilazioni nei tempi delle udienze. Non è ammissibile, in un paese civile, che solo tra Torino e Milano vi siano migliaia di processi pendenti. Ed è barbaro che non venga garantita la certezza della pena per chi si macchia di un reato. Qualunque esso sia, senza distinguere come spesso le cronache ci confermano, tra lo spaccio degli stupefacenti e lo stupro, tra una rapina e un omicidio efferato. È sulla certezza della pena che si gioca (devono averlo ben chiaro i due contendenti che si misurano sul tavolo scivoloso della riforma) la fiducia dei cittadini. Magistrati da un lato, la politica dall’altra. Peggio: una parte dalla magistratura e una parte della politica. Divisioni anche legittime, per carità, le cui motivazioni sfuggono tuttavia alla gran parte dei cittadini che vedono, nella giustizia intesa come istituzione, una sorta di nume tutelare ma sperano di non aver bisogno mai della sua benedizione. Parlando, è ovvio, delle persone per bene, non possiamo nascondere la rabbia e lo stupore che si prova quando si scopre che in Italia un ladro sta in galera mediamente 45 giorni, uno spacciatore 65, un rapinatore 96 e per uno stupratore o pedofilo che sia il fine pena è compreso tra 175 e 200 giorni. Genericamente quando si ha a che fare con queste vicende, si finisce per liquidarle con una parola: buonismo. Ma come si fa a spiegare una simile vergogna alle vittime o ai parenti sopravvissuti? Come si fa a giustificare, al di là delle comprensibili logiche del reinserimento sociale che i protagonisti di crimini efferati tornino liberi cittadini? Gli esempi, pur senza fare nomi, sono tanti. Troppi. Di qui, a nostro parere, con tutti i condizionamenti che il nostro mestiere reca con sé, dovrebbe partire la riforma. Perché dovrebbe essere chiaro a tutti che, così com’è combinata, la giustizia non è uguale per tutti. Berlusconi parla di riforma in nome dei cittadini, la magistratura risponde che la riforma è pro domo sua, per via dei processi che gli pendono sul capo. Mi piace ricordare che in mezzo c’è il Parlamento, organo sovrano in cui dibattere riforme che investono anche l’architettura della nostra Costituzione che è sacra, ma pur sempre rinnovabile per adattarla ai tempi. Che, a Dio piacendo, non sono più gli stessi in cui è stata scritta. Perché sono cambiati gli uomini, si sono evoluti i reati, è cresciuta – anche in politica – una conflittualità spesso insopportabile. Berlusconi a parte, è tempo di cambiare ciò che stride con la nostra vita di oggi. A cominciare dalla giustizia che, ricordiamolo, è il baluardo della nostra sicurezza. A prescindere da logiche di potere e privilegi che non appartengono alla pluralità dei cittadini.
beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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