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Il Borghese

Calabria caput mundi

Mentre il federalismo avanza nonostante il pantano parlamentare, le inchieste della magistratura mettono in luce un centralismo antico ed efficiente: la ‘ndrangheta sopravvive a tutte le spinte di rinnovamento che scuotono anche la malavita organizzata e e tesse la sua tela ben al di fuori dei confini calabresi, con una logica che sembra mutuata dall’impero romano. Reggio Calabria è caput mundi. Qui sta l’imperatore con i suoi pretoriani, altrove, dal nord Italia alla Svizzera, passando per la Germania e addirittura l’Australia, agiscono i consoli con le loro legioni criminali. Droga, gioco d’azzardo, estorsioni. E poi – unica concessione al rinnovamento – appalti  commissioni pubbliche, investimenti immobiliari e industriali. Una forma di pax calabrese dove tutto ha un suo rituale: dall’investitura dei consoli che sono sempre personaggi locali, alla ripartizione degli utili e alla comunicazione degli ordini. Tutto ruota attorno all ‘imperatore. Che tutto vede e tutto soppesa. Che premia e punisce, che aggiusta le questioni, impartisce la grazie e celebra la morte. L’ultima inchiesta che ha toccato mezzo mondo, compresa Torino dove è stata decapitata la cupola locale con arresti eccellenti, racconta con dovizia di particolari l’ascesa straordinaria delle cosche e tenta di stilare un primo bilancio del business criminale. Qualcosa che sfiora i miliardi di euro se è vero che nel solo Piemonte si parla di “affari per almeno cento milioni”. Segno di un’efficienza straordinaria che se fosse applicata in attività lecite farebbe della Calabria una delle terre più ricche e floride di tutta Europa. Invece il centralismo criminale sembra soffocare qualunque moto di corretta imprenditoria, esportando drammi, sangue e terrore. Perché dalla droga agli appalti il sistema è sempre uguale: chi non si piega ai comandi viene spazzato via. Occorre, in questa nuova geopolitica del mitra, dare atto al governo di aver fatto, in questi ultimi anni, un’opera congiunta di persuasione culturale e di lotta senza quartiere. Mai come ora le cosche sono state sulla difensiva. Le inchieste del passato decapitavano un capo, o peggio ne prendevano atto quando le cosche stesse decidevano che era giunto il tempo di far salire sul trono un nuovo imperatore. Oggi la musica sembra cambiata: i bunker cadono uno dopo l’altro e appaiono, nella loro tetra nudezza, il segno tangibile di una ritirata in atto. Proprio come i valli che i tardi romani erano costretti ad innalzare contro le popolazioni che premevano ai confini. Resta tuttavia una grande zona d’ombra che abbraccia il crimine con il doppiopetto, le ultime generazioni che i boss hanno mandato ad istruirsi all’estero, che hanno i master di Yale in saccoccia e frequentano i rampolli della buona società. Gente con le mani apparentemente pulite (il lavoro sporco lo fanno i manovali) che scala aziende, compra immobili, scala le aste giudiziarie ingoiando patrimoni a poco prezzo. Per sconfiggerli non basta la forza bruta dei blitz, occorre la coscienza comune da applicare alla società come un antibiotico ad un’infezione. Doppiopetto o lupara loro, i centralisti di Reggio & C, restano i nostri nemici di sempre.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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