img_big
Il Borghese

L’esempio dei nostri vecchi

Mentre la crisi continua a sgranare il suo rosario, e ieri è toccato alla Cgil fare di conto sul monte della cassa integrazione che vale, più o meno, un anno di lavoro perso – e il dato è riferito solo a Torino, ex capitale dell’industria metalmeccanica – i dati sul Pil del quarto trimestre 2010, fotografano un’Italia che fatica a tenere il passo delle grandi potenze economiche. Il risicato 1,1 per cento di crescita stride con la locomotiva tedesca che viaggia al 3,6, ma anche con il Regno Unito (+1,7) e la Francia (+1,5). E ad osservare l’allungo degli Usa (+2,8) c’è da comprendere le tentazioni di Marchionne nell’immaginare una Fiat con tante teste e un occhio ai paesi emergenti dove le progressioni sono a due cifre. Dunque verrebbe da dire che si può accendere un cero alla notizia che almeno il cuore di Fiat resterà a Torino, in quella Mirafiori che è l’immagine simbolo della fabbrica con la effe maiuscola. Il nostro ministro dell’Economia, che deve apparecchiare la tavola con le pietanze che ha, parla di un piano economico nazionale e, in sedicesimo, alla Regione Piemonte il presidente Cota ha varato un progetto di sviluppo che vale qualche centinaio di milioni. Ma, quattrini a parte, serve un cambio di passo. Nel cuore, nel cervello e nelle gambe. Come ha detto Marchionne il futuro è legato a precise condizioni: governabilità degli stabilimenti e maggiore produttività. Stupisce che si possa dire, proprio nel tempio dell’auto, che un nostro impianto oggi lavori al 40 per cento della sua potenzialità quando una struttura similare per tecnologia e dimensioni arrivi all’80 per cento in Germania, ma anche nei paesi terzi, dove Fiat costruisce ancora con larghi profitti. La sfida è quella di accettare le stesse regole che altrove spingono l’economia e non solo nel comparto metalmeccanico. Ma devono cambiare il proprio passo anche gli istituti bancari, migliorando i rapporti con le imprese per favorire le prospettive di investimento, l’accesso alla ricerca e all’innovazione, i rapporti con l’estero. È solo dall’insieme di misure straordinarie e di altre strutturali che si può pensare di riagganciare la strada della crescita non riservando l’attenzione solo ai grandi gruppi, ma dando fiducia al comparto delle piccole e medie imprese che sono, da sempre, la spina dorsale della nostra economia. E qui il piatto piange davvero: se si dovesse fare il conto – opera pressoché impossibile – sui prezzi pagati dai piccoli, forse per la prima volta avremmo una visione completa di quanto sia costata la crisi. In termini economici, sociali e umani. Solo una valutazione attenta e senza ipocrisie su quello che abbiamo perso può indicarci la strada del rilancio. I nostri vecchi liquiderebbero la questione rimboccandosi le maniche, noi forse dobbiamo far di conto con altre variabili che si chiamano concorrenza feroce, globalizzazione e credito al lumicino. Ma l’esempio, alla fine, è di quelli che vale la pena di imitare.
beppe.fossati@cronacaqui.it

 

Condividi sui social:

Scopri inoltre...

Precedente
Successivo
Precedente
Successivo