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Il Borghese

Rimbocchiamoci le maniche

La Fiat scommette sull’Italia e non intende abbandonarla. È il primo versetto del vangelo industriale secondo Marchionne. Ma non facciamoci illusioni che dal cielo continui a piovere melassa sull’auto, a dispetto di tutti e di tutto. Fiat vuole che il suo cuore continui a battere a Torino anche se la sua testa dovrà essere in più posti, da Detroit al Brasile e, in un futuro prossimo, in Asia. Ma tutto potrà avvenire solo a precise condizioni perché il Gruppo non intende mettere a rischio gli investimenti per 20 miliardi di euro che verranno dispiegati per Fabbrica Italia. Dunque soffermiamoci su questo, che è il secondo versetto del credo di Marchionne. “Se e come” il progetto potrà concretizzarsi dipenderà da precise garanzie, a cominciare dalla governabilità degli stabilimenti e dal rispetto degli accordi. Come dire: uomo avvisato, mezzo salvato. Se la produttività in fabbrica resterà sui livelli del 2010, se la conflittualità continuerà a essere alta, se il fronte dei lavoratori non comprenderà che adesso le sfide impongono progetti condivisi per fare qualità e garantire quantità di prodotto accettabili, allora Fiat si sentirà le mani libere. Detto per inciso, Sergio Marchionne, nell’audizione di fronte alle commissioni riunite di Attività produttive e Trasporti della Camera, non ha fatto altro che ripetere ciò che va predicando dai tempi delle tensioni di Pomigliano e a quelle di Mirafiori. Con una differenza: il Marchionne di ieri, in giacca e cravatta, rompendo la tradizione del maglioncino blu, è apparso ancora più determinato nella sua sfida. Fiat deve incrementare gradualmente i volumi di produzione negli impianti italiani, arrivando nel 2014 a raggiungere il milione e 400mila unità, più del doppio rispetto alle 650 mila prodotte nel 2009. E per farlo il Gruppo è pronto a gettare nel piatto una vasta gamma di modelli, opportunità di nuovi posti di lavoro e, soprattutto, aumenti salariali tali da equiparare i lavoratori italiani ai colleghi francesi e tedeschi. In tempi di crisi e di cassa integrazione dovrebbe essere musica per le orecchie di chi vuol sentire. Ma c’è un ma: si deve arrivare ad una produttività degli impianti pari all’80 per cento, rispetto all’attuale 40 che rappresenta la vera spina nel fianco del Gruppo. Di qui l’appello del manager: quello di trovare il coraggio, ad ogni livello, imprese, sindacati e mondo politico di aggiornare il nostro modo di operare e di imparare a considerare il cambiamento come uno straordinario motore di progresso. Appello che discende da una considerazione profonda dell’evangelista dei motori: «L’Italia si è dimostrata spesso un Paese restio al cambiamento», un Paese «che si crede un’isola felice dove ciò che esiste deve essere salvaguardato ad ogni costo, anche a rischio che un simile atteggiamento finisca per proteggere l’inerzia». Se dovessimo sintetizzare con un sms, il suo invito è semplicemente quello di rimboccarsi le maniche senza confidare in uno Stato Pantalone o in un’azienda da sfruttare. Più o meno quello che fa già, ogni giorno, qualsiasi piccolo imprenditore che voglia sopravvivere e onorare dipendenti e fornitori a fine mese. Dargli torto, onestamente, è difficile.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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