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Torino, «vogliamo vivere». I bambini zingari scrivono al prefetto

 La morte di Raul, Fernando, Sabatino e Patrizia, bruciati vivi nel rogo di una barac­ca in un campo alla periferia di Roma, ha scosso profondamente i loro coetanei tori­nesi. Risvegliando la paura concreta di subire, prima o poi, la stessa sorte. «Guar­date dove viviamo, basterebbe una scintil­la. Per scaldarci usiamo tutti le stufette perché non abbiamo altro, sono molto pericolose». Per questo, tramite il presidente dell’ Associazione italiana zingari oggi, Carla Osella, hanno chiesto di esser testi­moni in prima persona di quel terrore, indirizzando una lettera al Prefetto.
Quanto è bastato per in­fiammare chi, invece, in quelle poche righe ha letto «solo una vergognosa stru­mentalizzazione ».
La comunità dasikhané di strada dell’Aero­porto, dieci anni fa, ha conosciuto una tragedia simile. Manuela, aveva appena sei anni quando è scivolata nelle acque del fiume che costeggia il campo, mentre gioca­va sulla riva insieme ai suoi fratelli più grandi. Gli adulti raccontano spesso questa storia ai loro figli e, non a caso, molti di loro valutano positivamente l’iniziativa della lettera. «Caro Prefetto, siamo i bambini rom che abitano nella tua città e come i quattro bimbi di Roma morti giorni fa abitiamo nelle baracche» scrivono i bambini. «A volte abbiamo paura che le nostre “case” prendano fuoco e tutto bruci.

L’articolo di Enrico Romanetto su CronacaQui in edicola

 

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