img_big
Il Borghese

La vocazione del Paese

La caratteristica principale di questa crisi in cui ci dibattiamo da anni è che, in realtà, appare appena cominciata. O, per meglio dire, così appare all’Istat, che nel suo rapporto sul «Reddito disponibile delle famiglie nelle Regioni» riferito al periodo 2006-2009, ha riscontrato un calo delle retribuzioni degli italiani. E statisticamente si tratta della prima flessione dal 1995. Addirittura prima del 2006, al massimo della folle corsa della finanza-spazzatura che poi ci avrebbe trascinati nel gorgo, il segno era positivo, con un aumento del 3,5 per cento.
L’impatto più forte è stato nel settentrione (-4,1 per cento nel Nord-ovest e -3,4 per cento nel Nord-est) dove normalmente si concentra il 53 per cento dei redditi italiani, e più contenuto al Centro (-1,8 per cento) e nel Mezzogiorno (-1,2 per cento). Questo calo, ci spiegano gli esperti dell’Istat, va senza dubbio ascritto alle difficoltà di Piemonte e Lombardia. Il Piemonte registra una forte contrazione di lavoro dipendente (basta pensare a Fiat e alle sue ricadute sull’indotto e non solo) e, di conseguenza, dei relativi redditi da lavoro; la Lombardia sconta, invece, la battuta d’arresto degli utili distribuiti dalle imprese. Comunque la si voglia vedere, due facce della stessa medaglia, due fotografie della contrazione produttiva, non solo reddituale del nostro Paese.
Perché pure se si cercano nuove prospettive per le nostre città, per le nostre regioni, alla fin fine è dai comparti industriali che provengono le buone o le cattive notizie. Questa è la struttura del Paese, forse anche la sua vocazione. Quindi, è all’industria che dobbiamo chiedere lumi sul nostro futuro? Per citare l’economista Jacques Attali, sì. Ma attenzione: non dobbiamo pensare solo a un modello di industria vagamente fordista (anche Fiat ha capito che il rinnovamento è la soluzione per non capitolare), bensì alle caratteristiche proprie del comparto industriale, ossia la spinta propulsiva alla ricerca e all’innovazione. Paiono concetti astratti, ma in realtà sono i territori che maggiormente andranno esplorati nel prossimo futuro. Con rapporti più stretti tra università e sistema produttivo, tra ricerca e manifattura. Solo così le ricadute potranno essere positive. In pratica, per risollevarsi dalla crisi non basta osservare il dato contingente, ma bisogna -per usare una immagine figurata – sporgersi un poco e puntare più avanti. Come quando, alla guida, non ci si limita a fissare le luci di stop dell’auto che ci precede, ma si cerca di scorgere per tempo anche le manovre di chi sta due vetture più avanti. Altrimenti accadrà come non troppo tempo fa, dove tutti osservavano il dato contingente – in quel caso l’altissima resa delle speculazioni, gli alti profitti, volumi di scambi come raramente si erano registrati in passato – senza accorgersi, però, di dove tutto quello avrebbe portato. Ricordando questo, allora ha ancora un senso analizzare i dati. Altrimenti si tratta solo di scrivere in “bella grafia” ciò di cui chiunque può rendersi conto anche semplicemente andando dal verduriere.
andrea.monticone@cronacaqui.it

 

Condividi sui social:

Scopri inoltre...

Precedente
Successivo
Precedente
Successivo