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Il Borghese

La fabbrica spaccata in due

Sono testa a testa. E comunque si concluda questa lunghissima notte, l’impressione è che Mirafiori sia in bilico. Divisa in due, almeno adesso mentre scriviamo, con le schede del referendum che scorrono faticosamente da reparto a reparto tra favorevoli e contrari al piano proposto da Marchionne che si equivalgono. O così pare. E con le contestazioni consuete in qualunque elezione, con i numeri che non tornano, con i conti da fare e da rifare. Si va lenti, e forse non a caso. Perché nessuno dei due fronti sa di poter assaporare una vittoria schiacciante. Che vinca il sì oppure il no, sarà di misura. Il che, ci pare, aprirà nuovi scenari. Sia dentro che fuori dalla fabbrica. Ma soprattutto ai piani alti del Lingotto dove Marchionne e   il suo stato maggiore vivono con la stessa trepidazione degli operai la conta sul futuro. Una cosa sola è certa: non si può tornare indietro al passato, rispolverare gli aiuti di Stato, le prebende e le rottamazioni a tutti i costi. Neppure per salvare Mirafiori che è, e resta fino a prova contraria, uno dei simboli dell’auto. Sul tappeto c’è la competitività mondiale alle prese con una crisi quasi esistenziale e c’è un gruppo multinazionale che è sempre meno legato alle logiche nazionali. Ma che soprattutto, come Marchionne ha ripetuto con sempre maggiore forza, deve fare profitti per evitare l’irreparabile. E che per farli è disposto anche ad emigrare. Magari verso il Canada o gli Usa. Guarda caso i paesi in cui il sindacato un passo indietro l’ha fatto pur di salvare la baracca e anche a costo di rinunciare a qualche diritto. Nel referendum gli operai devono dire se accettano o meno una fase di profonde trasformazioni. Perché da oggi fino alla seconda metà del 2012, quando i due nuovi modelli, un Suv a marchio Jeep e l’erede dell’Alfa 159, usciranno dalle linee dello stabilimento, la fabbrica simbolo della Fiat cambierà pelle, organizzazione del lavoro, produttività. E, visto che la nuova società che darà vita alla joint venture Fiat-Chrysler starà fuori dal contratto nazionale e da Confindustria, cambieranno i rapporti sindacali. Saranno dimezzati i rappresentanti dei lavoratori, che non saranno eletti ma nominati dalle segreterie, e – se non interverranno modifiche alla prima bozza di contratto – non ci sarà più la Fiom in catena di montaggio, come conseguenza della mancata firma all’accordo del 23 dicembre. Una trasformazione che evidentemente non convince, innesca paure più che speranze. E, comunque, divide questi 5.213 lavoratori a cui si è chiesto di decidere non solo per loro ma per l’intero comparto dell’auto. A Torino e non solo. Nella nebbia e nel freddo della notte non vogliamo immaginare una città di mezze maniche e senza operai con l’automobile che è solo un mezzo di trasporto e non il frutto di un matrimonio fortunato tra ingegno e manodopera. E confidiamo che il buon senso abbia il sopravvento. Anche se per il rotto della cuffia. L’orgoglio operaio permettendo, pensiamo al futuro.

beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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