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Il Borghese

Basta Agnelli, c’è il maglioncino

Non so se ci avete pensato, ma Sergio Marchionne cerca solo di fare quello che milioni di imprenditori, commercianti e artigiani fanno ogni mattina quando alzano la serranda: far funzionare la propria azienda in collaborazione con i propri dipendenti. Sperando che chi sta sopra, lo Stato, o al fianco, i sindacati, facciano il loro dovere. Senza lo charme dell’Avvocato, senza quella nobiltà da principe dell’industria capace di essere simpatico e affascinante anche nei momenti difficili. Senza orologio sul polsino, senza il doppiopetto con l’immancabile gilet di lana sottile appena abbottonato. Marchionne veste il maglioncino blu, come una divisa. Ma potrebbe vestire Facis. Si veste, non indossa.
È di cultura americana, pensa, legge e scrive in inglese ma resta un abruzzese con i piedi piantati per terra. Come i suoi avi, come suo padre. Che non aveva quarti di nobiltà industriale nel sua dna, ma una divisa da maresciallo dei carabinieri. Anche di questo si deve tenere conto oggi che il tempo è scaduto, per Mirafiori, e che si dovrà estrarre dall’urna del referendun un si o un no. Senza ni e senza forse. Anche questo, ci piaccia o no, è nel suo stile. L’agnellismo, che rendeva simpatica anche una brutta trattativa, è finito. E forse lo ha cancellato definitivamente proprio lui. Che non è simpatico anche perchè non è una delle doti precipue per cui è stato ingaggiato dal Dottore (Umberto Agnelli) quando la Fiat era lì lì per soccombere. Il nuovo capo di Fiat ritiene semplicemente che la regola d’oro sia fare quattrini e ci sta provando con tutte le sue forze. La fabbrica non può più essere quella dove “tanto paga Pantalone”, ossia lo Stato che con l’Avvocato è stato generoso fino all’eccesso, né gli azionisti. Il suo mestiere, per cui tra l’altro è retribuito forse più di un principe, è quello di costruire auto. E di venderle con profitto partendo dalla considerazione di cui sopra e che lo accomuna a milioni di altri semplici mortali quando alzano la serranda al mattino: un’impresa che non fa profitto non sopravvive. E non dà lavoro. In termini assai semplificati, questa è la filosofia che piloterà il futuro, ovviamente se vincerà il fronte del si e Mirafiori continuerà a fare automobili. Anzi, ricomincerà a finalmente farle. Sulle ricadute del no al piano industriale proposto, legittimo come qualunque dissenso, ma assai lontano da quelle che sono le regole delle industrie che vogliono competere, non è facile pronunciarsi. In gioco non c’è solo Mirafiori che resta comunque la fabbrica simbolo, ma tutto l’indotto dell’auto, l’ingegneria, il design, la componentistica. E l’intero Paese. Solo a Torino, in quella che resta la Capitale dell’auto, almeno fino a prova contraria, si tratta occhio e croce di 25mila posti di lavoro che non godono certo degli ammortizzatori sociali né dei privilegi della grande industria. Una presenza forte, anche se fin qui quasi dimenticata che preme sul progetto Marchionne. Peccato, diciamo noi, che non abbia anch’essa il privilegio di scegliere il proprio futuro.
beppe.fossati@cronacaqui.it

 

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